[ CLEMENTE VA ALLA GUERRA...]
Davvero servono nuove regole di ingaggio per garantire la sicurezza dei soldati italiani in Afghanistan? L'Udc dice si e il solito Clemente Mastella, non come guardasigilli ma come leader dell'Udeur, si accoda. Che l' Afghanistan stia diventando sempre più pericoloso per il contingente italiano non c'è dubbio. Questa mattina un ordigno è esploso al passaggio di un convoglio di mezzi militari italiani nella provincia di Farah, nell'Afghanistan occidentale: nessun soldato è rimasto ferito. Farah è uno dei distretti sotto il comando italiano di Herat. Un'area che, fino a poco tempo fa, sembrava tranquilla ma che invece sta diventando sempre più "instabile", con le autobombe e gli ordigni ai cigli delle strade che esplodono e uccidono militari e civili. L'Udc di Pierferdinando Casini alla vigilia della votazione al Senato sul rifinanziamento delle missioni all'estero ha deciso di votare a favore del decreto (rompendo il fronte del centrodestra desideroso di far cadere il governo Prodi) presentando anche un ordine del giorno per equipaggiare il contingente italiano con nuovi armamenti e inserire nuove regole d'ingaggio. Proposte entrambe inutili come sostiene il "mitico" generale Fabio Mini che su Repubblica di oggi scrive: "Se non si prevede la decisione politica di inviare altri uomini con ben altro addestramento e assetti per intervenire al fianco degli alleati al sud, parliamo a vuoto". Il punto è che noi italiani non vogliamo fare la guerra e quindi questi discorsi sono senza senso. Servono al Casini di turno per avere un pò di visibilità in più e a Clemente Mastella di alzare la posta. L'uomo di Ceppaloni è sempre insopportabile.
categoria:politica, pace, politica estera, berlusconi, mastella, governo prodi, guerra afghanistan, contingente italiano, missione nato





Recupero l'analisi dell'intelligence italiana sulla situazione in Afghanistan. Settembre 2006: "La perdurante situazione di criticità in cui versa il Paese contribuisce ad aumentare il senso di sfiducia e di risentimento della popolazione nei confronti del Governo di Kabul, e soprattutto del Presidente della Repubblica, Hamid Karzai, ritenuto il maggiore responsabile della mancata soluzione dei numerosi problemi che ancora affliggono la società afghana. Permangono, infatti, irrisolte numerose problematiche
"Cambio di strategia". Sono le tre parole più usate in questo momento per l'Afghanistan. Le pronuncia la cosidetta sinistra radicale (termine che a me non piace) che chiede un segnale concreto di discontinuità. Le sussurra il ministro degli esteri, Massimo D'Alema per il quale l'Italia deve restare a Kabul: "Ci sono l'Onu e l'Unione europea e nessun paese sostiene che le forze internazionali devono andarsene". La questione è semplice. Il parlamento dovrà votare il rifinanziamento della missione che coinvolge 2000 soldati italiani sotto il comando Nato. Si procederà per decreto per convertirlo in legge entro marzo. Probabilmente a colpi di fiducia per evitare sorprese "sgradite". Il ragionamento del presidente dei Ds è il seguente: Se l'Italia vuole avere voce in capitolo sull'Afghanistan non può ritirarsi. Facendo capire la necessità che sia la politica e non le armi ad aiutare l'Afghanistan ad uscire dal pantano. Non conosco gli ultimi aggiornamenti sulla situazione a Kabul. Di certo, per la prima volta da anni, anche in questo freddo inverno afghano la guerra non è andata in letargo. In questi primi giorni del 2007 sono stati uccisi una cinquantina di civili e 200 tra "presunti" talebani e soldati. Resto convinto più che mai dell'urgenza di un disimpegno italiano dall'Afghanistan dove nella sua storia, è bene ricordare, tutte le truppe straniere sono state sconfitte (dai britannici ai sovietici). Noi spendiamo ogni anno più di 300 milioni di euro per le nostre truppe e nel 2006 solo 10 milioni di euro per la ricostruzione civile. Ecco, un segno concreto di discontinuità sarebbe quello di spostare le risorse nella ricostruzione civile. L'Italia punta ad una conferenza internazionale. Che senso ha rimanere a Kabul senza sapere per cosa e fino a quando? In Libano la presenza militare internazionale è stata voluta da tutte le parti in conflitto. Hezbollah inclusi. In Afghanistan dunque, non si potrà fare a meno di coinvolgere nel processo di pace i talebani.
La prima cosa che ho fatto, stupidamente, è stata quella di controllare il nome del soldato italiano morto a Kabul. Per sapere se lo conoscevo. Poi ho lasciato perdere e ho ripercorso con la mente quello che in un giorno di fine luglio avevo fatto con i militari italiani di stanza nella capitale dell'Afghanistan. La loro base si chiama Camp Invicta, enormi casermoni dove alloggiava l'armata rossa quando i sovietici occupavano Kabul. A fine aprile erano arrivati gli alpini del secondo reggimento di Cuneo e agli inizi di maggio in un attentato terroristico analogo a quello di oggi rimasero uccisi il tenente Manuel Fiorito e il maresciallo Luca Polsinelli. Di Camp Invicta ricordo un bunker costruito dentro la base per eventuali attacchi con i razzi. Ma il clima dentro la caserma non era teso. Ho chiesto di poter andare in pattuglia con loro e sono stato una mattinata intera su un convoglio di tre mezzi blindati leggeri, i cosidetti Puma. Gli stessi mezzi a bordo dei quali si trovavano oggi gli italiani vittime dell'attentato firmato dai talebani. A saltare in aria è stato l'ultimo dei tre mezzi. Il caporalmaggiore Giorgio Langella è morto sul colpo, altri due sono rimasti feriti in modo grave, altri tre in modo leggero. Di solito portano con loro un interprete afgano. Ma nell'attentato di oggi è morto anche un bambino e sono rimasti feriti diversi civili. Il luogo dove è avvenuto è probabilmente uno dei villaggi dov' ero passato a luglio. Gli italiani della missione Isaf-Nato devono controllare la zona sud di Kabul. All'inizio la strada è asfaltata poi si attraversa una zona desertica con curve e dossi e si incontrano piccoli villaggi. Spesso si fermano e con l'aiuto dell'interprete entrano in contatto con la popolazione. "Non sentiamo ostilità nei nostri confronti", ci dicevano i soldati: "Noi li salutiamo e loro ci salutano". Rimasi colpito dal fatto che non potemmo andare sul luogo dell'attentato di maggio. Ci avvicinammo ad un paio di chilometri in linea d'aria ma la zona non era sicura e il capopattuglia ritenne di non dovere andare oltre. Sono riuscito a parlare con Kabul, con il portavoce degli alpini. Mi ha confermato che l'attentato è avvenuto lungo la strada che avevamo percorso insieme. Ha aggiunto che probabilmente l'ordigno era nascosto sotto il manto stradale. Sono tutti in ansia per i due feriti più gravi. Il caso vuole che la missione del 2 reggimento Alpini di Cuneo volga al termine. Entro l'8 ottobre sarà completato l'avvicendamento con il 7 reggimento alpini di Belluno.Un altro militare italiano era morto pochi giorni fa nei dintorni della capitale, ma in quel caso si era trattato di un incidente stradale. Era invece stato un attentato l'episodio avvenuto l'8 settembre, quando ancora una volta un ordigno era stato fatto esplodere al passaggio di una colona di mezzi in pattugliamento: non c'erano state vittime ma quattro soldati erano rimasti feriti. A Farah nell'Afghanistan occidentale. In Italia ho incontrato i familiari del tenente Fiorito e del maresciallo Polsinelli. Ho parlato con uno dei superstiti, con il mitragliere Clementini convinto che la popolazione afgana abbia bisogno di aiuti. Non sono Rambo, sono ragazzi "in missione di pace". Ma la realtà è ben diversa. La guerra sta mietendo migliaia di vittime. Kabul è sempre più uguale a Bagdad. Bombe e scontri armati a Sud, ad est, ad Ovest e nella capitale. A Lashkar Gah nel sud, questa mattina un attacco suicida contro un convoglio di militari britannici ha provocato più di 20 morti e decine di feriti. Secondo fonti locali sarebbero stati uccisi anche sei "stranieri". Le agenzie ci informano di combattimenti tra le forze Nato e i talebani in altre aree del Paese. Con morti e feriti.
Stavo in sala di montaggio, alle prese con l'edizione del reportage dall'Afghanistan che andrà in onda in una delle prossime puntate di Annozero, quando, l'altro giorno, è arrivata la notizia della strage ad Herat davanti alla moschea blu. Undici morti e decine di feriti. Nel testo provvisorio del blocco dedicato alla presenza dei militari italiani ad Herat, avevo scritto che nella città ai confini con l'Iran mi sentivo più tranquillo, che si poteva camminare per strada senza l'ansia e la paura di una bomba. E, invece, sono stato smentito dai fatti, anche se, come vedrete nel reportage, anche a luglio c'erano tutti i segnali di un peggioramento complessivo della situazione nel Paese del mullah Omar. In tutti i luoghi dove sono stato, da Herat, città dell'ovest, al bazar di Lashkar Gah, città del sud, al centro di Kabul, capitale che si trova ad est, ci sono stati attentati kamikaze, con morti e feriti mentre infuria la guerra tra le truppe della Nato e i talebani in aree sempre più vaste del sud. E in questa guerra ci sono anche i soldati italiani. Era l'8 settembre quando, nella provincia di Farah dove c'è il comando americano del Prt (la struttura territoriale della missione Isaf-Nato), rimasero feriti in un attentato quattro incursori della Marina Italiana. Farah non è il sud, fa parte dell'Afghanistan occidentale dove responsabile della Nato è un generale italiano. Adesso, nella provincia di Farah è in corso un'operazione militare "in risposta al crescente numero di attacchi terroristici". E ci sono militari italiani, il meglio delle truppe. A che fare? "lLe solite pattuglie che, come avviene da quando Isaf-Nato ha preso il comando delle operazioni nel sud, svolgono missioni di perlustrazioni a lungo raggio per garantire la sicurezza dei principali assi di comunicazione", come sostengono i portavoce italiani? Ma impedire l'eventuale via di fuga ai talebani non significa che la natura della nostra missione è cambiata? Da peacekeeping a combat? Cioè da "mantenimento della pace" a combattimento? Non è giunto il momento di ridiscutere la nostra presenza militare in Afghanistan?
La prima notizia è che l'attentato aveva investito una pattuglia italiana nel sud dell'Afghanistan. Ma nel sud dell'Afghanistan gli italiani non dovrebbero esserci mi sono detto. Poi ho capito meglio quando ho letto la località e mi sono ancora di più preoccupato perchè l'attentato è avvenuto in una regione, Farah, che si trova nel sud-ovest dell'Afghanistan e il cui comando Isaf-Nato è a guida italiana. E' un attentato che deve preoccupare ancora di più perchè vuol dire che la situazione sta degenerando nell'insieme del teatro afgano. I talebani dall'est sono entrati nel sud dove stanno combattendo contro le forze della Nato. Duramente, tant'è che un generale britannico ha dichiarato che "le nostre truppe sono fatte oggetto di una serie continui di attacchi che possono essere anche dodici al giorno. Questi attacchi sono di una ferocia ben più grande di quelli che si registrano in Iraq". Insorti contro soldati. In una guerra che si combatte con razzi e mitra ma una guerra anche asimmetrica con gli attentati kamikaze di matrice alqaedista. Nel sud, nell'est, nel centro e ora anche nell'ovest del paese. Solo uno dei quattro soldati italiani, trasportati ad Herat, è rimasto ferito gravamente ma per fortuna non è in pericolo di vita. Sono tutti incursori della marina. Il meglio delle truppe italiane. E, dunque, che ci facevano? Le condizioni del ferito più grave, capo prima classe Stefano Pella, che ha riportato la frattura della tibia ed un lieve trauma cranico, sono stabilizzate e la prognosi è riservata. Questi i nomi degli altri tre feriti: tenente di vascello Luigi Romagnoli (lieve trauma cranico, contusioni ed escoriazioni varie), sergente Ciro Fujani (contusioni ed escoriazioni varie), sergente Michele Spanu (contusioni ed escoriazioni varie). "Farah è una provincia che sta dando problemi", mi diceva, lo scorso luglio, un alto ufficiale della missione Isaf-Nato. I contingenti italiani sono schierati a Kabul e ad Herat. Ad Herat presso il comdando Isaf-Nato dell'Afghanistan occidentale, agli ordini del generale Errico che ha, alle sue dipendenze, contingenti di varie nazionalità tra cui quella italiana. Ad Herat, poi, c'è, il Prt locale, il team provinciale di ricostruzione (la struttura territoriale dell'Isaf-Nato) composta da italiani. Nel sud non dovremmo esserci, secondo quanto ufficialmente dichiarato dal nostro governo. Anche se fonti "accreditate" dicono che in realtà dei reparti speciali italiani sarebbero di supporto alle prime linee inglesi, canadesi, americane. Voci ufficiose che, sia chiaro, potrebbero essere ben presto smentite. Ma non è questo il punto. Il ministro della difesa Parisi ha detto che l'attentato di oggi "non ci sorprende". Altri soldati e civili italiani sono rimasti feriti o uccisi in Afghanistan nei mesi scorsi. Ma il futuro è ancora più denso di pericoli. E penso che prima ce ne andiamo dall'Afghanistan e meglio è. Sapete tutti che a Kabul oggi c'è stata una strage per l'autobomba esplosa nei pressi dell'ambasciata americana. Le milizie islamiche talebane hanno rivendicato l'attentato nel quale sono morti due soldati americani e altri due sono rimasti feriti, mentre in totale sono 17 le persone decedute in seguito all'esplosione. Decine i feriti. Kabul è sempre più uguale a Bagdad.
Burubakai nella lingua farsi vuol dire andiamocene. Nella lunga intervista all'Espresso, il ministro della difesa Arturo Parisi risponde così al giornalista che gli chiede (riprendendo la dichiarazione di Mastella) se non è il caso di tagliare le truppe in Afghanistan, dato l'impegno in Libano?: "Certo, se ne può discutere, tenendo tuttavia distinto il piano delle risorse disponibili da quello della opportunità politica. Il piano del dovere da quello del potere. e, soprattutto, ricordando che in Afghanistan abbiamo preso degli impegni internazionali che non ci consentono decisioni unilaterali". Discutiamone, per favore!. Capisco la contrarietà alla politica "unilaterale" anche se dall' Iraq in modo unilaterale, dopo averne parlato con il governo di Bagdad e con gli americani, ce ne stiamo andando.
E ancora: la situazione sta peggiorando in tutto l'Afghanistan. Nel 2004 i morti di questa guerra mai finita sono stati 700. Nel 2005 sono triplicati: 2000. Nei primi otto mesi del 2006 le vittime sono diventate 3800, 700 delle quali civili. Il governo Karzai, messo in piedi dagli Stati Uniti, è un governo corrotto. I signori della guerra che dovevano restituire le armi se ne sono ben guardati dal farlo. Anumentano le vittime e aumenta anche la produzione di oppio. C'è il boom del papavero. Lo sapete che nel 2006 sono stati coltivati ad oppio 165 mila ettari contro i 104 mila del 2005?. E 165 mila ettari vuol dire 6100 tonnellate di prodotto, il 30 per cento in più del consumo mondiale. La coltivazione di oppio è aumentata del 59 per cento. "La coltivazione di oppio in Afghanistan, che rappresenta il 92 per cento della produzione mondiale, è fuori controllo", ha dichiarato il responsabile dell'ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine. Nella provincia dell'Helmand, dove io sono stato e dove viene raccolto più del 40 per cento dell'oppio afgano, l'area coltivata è cresciuta del 162 per cento rispetto all'anno scorso .
Ormai l'87 per cento del consumo di eroina in Europa proviene dall'Afghanistan. E i trafficanti si sono alleati con i talebani. Insomma è facile da obiettare alla tesi: ma se ce ne andiamo tornano i talebani. E per evitare una guerra civile si fa un'altra guerra? Gli studenti coranici già ci sono e sono appoggiati da una parte della popolazione. I combattimenti si stanno espandendo a macchia d'olio. Nell'intellighenzia di Kabul si ipotizza di dover fare i conti con questi "fratelli musulmani". Guardiamo come Italia al Medio Oriente, all'Iran. La missione in Libano è piena di rischi ma il governo Prodi ha deciso di impegnarsi fino in fondo, scommettendo sulla pace. Certo, fino a quando non si risolverà, con la diplomazia, il conflitto tra palestinesi e israeliani, quel pezzo di umanità è a rischio. Ma è già un fatto positivo che si cominci a parlare di una forza di interposizione nella striscia di Gaza.
Eccomi giunto alla fine di questo lungo viaggio nell'Afghanistan di oggi. Domani comincia il mio riavvicinamento a casa. Prima sosta negli Emirati Arabi Uniti e dopodomani, finalmente, destinazione Roma. Queste ultime ore le ho trascorse con i soldati del contingente italiano a Kabul. Ho incontrato i massimi vertici della missione Isaf-Nato. Ho visto la base Invicta dove vivono i militari del 2° Reggimento Alpini di Cuneo. Sono stato in pattuglia con loro, con i colleghi del tenente Manuel Fiorito e del maresciallo Luca Polsinelli uccisi il 5 maggio scorso da un ordigno rudimentale collocato sul ciglio della strada nella provincia di Kabul. Mi sono avvicinato al luogo dell'attentato ma quella zona non è una zona "sicura" e poco prima di arrivarci, in una stretta gola tra le alte montagne che sovrastano la capitale afgana, abbiamo girato per una strada più tranquilla. A bordo dei cosidetti Puma che sono i mezzi blindati più moderni dell'esercito italiano. Quelli con sei ruote motrici, la mitragliatrice al centro, il fuciliere dietro e nell'abitacolo l'autista e l'addetto alle comunicazioni. Volevo documentare il lavoro dei nostri soldati e quindi anch'io ho dovuto adottare, con il mio operatore, delle misure di "protezione". Casco e giubotto antiproiettile. Kabul non è sicura. Lo sanno tutti, anche i nostri soldati. Proprio l'altro giorno mentre rientravo da Herat c'è stato un altro attentato all'altezza dell'hotel Intercontinental. Feriti. Civili. Si rischia sempre di essere retorici sia quando si parla dei soldati italiani sia quando si parla dei civili uccisi e feriti nelle guerre. Ma non ho visto Rambo, ho visto giovani, pensate l'età media è sui 24 anni, che credono in quello che fanno. Se gli chiedi se hanno paura ti rispondono: si. Sono ragazzi con più missioni alle spalle: Kosovo, Bosnia. Sono uscito in pattuglia con i colleghi dei due militari italiani uccisi. Loro amici e immaginatevi il dolore che hanno provato e che provano ma sono tutti convinti di partecipare ad una missione di peacekeeping.
Quando attraversano alcuni villaggi scendono dai mezzi, a piedi. Con un interprete. Parlano con gli uomini, con i bambini. Ogni tanto portano anche aiuti. Ma oggi un signore che si stava costruendo la sua casa li ha bloccati perchè scavando aveva scoperto un ordigno inesploso. Sopralluogo, coordinate via radio e domani andranno gli artificieri a neutralizzare la bomba. Dunque, la missione Isaf-Nato nelle prossime ore si estenderà al Sud del Paese. Quel sud dove combattono i talebani e le forze della coalizione. Cambieranno anche le cosidette regole di ingaggio. I nostri soldati resteranno a Kabul e ad Herat. Lontani dalla zona dei combattimenti ma la missione è sotto lo stesso comando Isaf-Nato. Ho chiesto ad uno dei vice comandanti Nato quando pensano che la situazione in Afghanistan sarà "stabilizzata". Mi è stato risposto che ci vogliono almeno cinque anni.
Mi sembrano pochi pensando al Kosovo, alla Bosnia. Lascio un Afghanistan dove la situazione può precipitare da un momento all'altro. Nessun signore della guerra ha restituito le armi (solo il 2 per cento), c'è un'insofferenza diffusa. Povertà, miseria. Qui la guerra non è mai finita. Prima di partire vado nell'ospedale di Emergency di Kabul. I letti sono tutti pieni, altri bambini devastati dalle mine, altri uomini da schegge e proiettili. Nell'ospedale di Lashkar Gah, nel sud del Paese, continuano ad arrivare i feriti di questa guerra.
Rieccomi a Kabul dopo alcuni giorni di assenza. Sono stato ad Herat, nell'Afghanistan occidentale dove il Prt della missione Isaf-Nato è sotto comando italiano. Ci sono andato con un aereo militare in "zona di operazione" il che vuol dire manovre evasive improvvise, insomma un volo poco tranquillo per chi, come me, ha paura di volare. Ho vissuto tre giorni con i nostri soldati, "prigionieri" nel camp Vianini, nel cuore della bellissima città afgana che guarda verso l'Iran e il Turkmenistan. Herat non è Kabul e non è neanche Lashkar Gah. Il clima è di apparente calma, come mi hanno detto i nostri soldati anche se poi ho scoperto che ad aprile e quindi poche settimane fa un kamikaze si è fatto esplodare davanti alla base italiana uccidendo un passante, una guardia afgana e se stesso. Ferendo il responsabile della cooperazione italiana Andrea Lorenzetti che non è stato ancora sostituito. Anche se a maggio un altro kamikaze si è fatto esplodere al passaggio di un convoglio americano.
Anche se i signori della guerra che devono consegnare le armi "Illegali" si son ben guardati dal farlo, restituendo fino ad oggi solo il 2 per cento delle loro santabarbara. Prt, dunque. Prt sta per team provinciale di ricostruzione. In sostanza il comando Isaf-Nato ha suddiviso l'Afghanistan in cinque regiorni. Kabul, il nord, l'ovest, il sud e l'est. Nella zona occidentale c'è un generale italiano, il generale Danilo Errico. Il suo quartier generale è nell'aeroporto di Herat dove comanda ben quattro regioni che qui chiamano province tra cui quella di Herat. Pensavano che entro questo mese potessero istallarsi anche nel sud e ad agosto nell'est del Paese. Ma la situazione invece di "stabilizzarsi" si sta deteriorando con i talebani che stanno conquistando, giorno dopo giorno, pezzi di territorio. A suon di morti e feriti. Dall'una e dall'altra parte. Missione di pace, missione umanitaria. Le forze in campo nel Prt di Herat sono le seguenti. Due civili che dipendono dal ministero degli affari esteri (dovrebbero esserne sei) e 230 militari che dipendono dal ministero della difesa. Altri 520 soldati italiani sono sotto il comando del generale Errico. Nei sei mesi del 2005 hanno complessivamente speso 4.800.000,00 Euro e pensano di spenderne il doppio per il 2006. Soprattutto per scuole, acquedotti, pozzi e ristrutturazione dell'ospedale di Herat.
Ma nei giorni in cui sono stato con loro hanno consegnato anche 20 motociclette alla polizia e 3 compattatori e 150 cassonetti al comune della città. Non ho avvertito quella ostilità della popolazione che ho sentito a Kabul nei confronti dei nostri soldati. Ogni venerdì nella piazzetta del camp Vianini c'è un piccolo bazar. I bambini giocano a pallone nella strada "protetta" della base italiana. I vicini salutano dai balconi dei palazzi che sovrastano camp Vianini. Ho girato per la città. In auto. Fuoristrada di color bianco, blindati, con scorta armata. I nostri soldati, per fortuna, non sono come i "Rambo" americani e inglesi. Sono convinti di aiutare la gente. Nei momenti liberi dentro le mura della base scopri la nostra Italia, la bella Italia. Ma si può fare cooperazione con le armi? Il povero dottor Claudio Belli (ministero degli affari esteri) che è costretto a girare "scortato" pensa di no. Nessuna delle nostre Ong è presente ad Herat. Ho chiesto quali fossero le regole di ingaggio: si può sparare solo per autodifesa. Ma se i venti di guerra, di una guerra che è in corso nel resto del Paese, dovessero avvicinarsi ai nostri soldati?