[VIVERE A CAIVANO, NAPOLI]
Ricevo e pubblico questa lettera-denuncia di Fortuna Tondi, titolare di una macelleria di Caivano, provincia di Napoli: "Nono raid nella mia macelleria. Martedì 12 Agosto si è consumata la nona rapina. Un uomo, con in macchina un bambino di circa 5 anni, ha rapinato il mio negozio, portandomi via altri 1000 euro. Ma ci rendiamo conto? Intanto, chi fa capo al Governo se ne frega. Magari neppure lo sanno. Ne il Governo, ne i politici locali si sono fatti vivi. Vergogna! E’ la nona rapina che subisco e nessuno prende provvedimenti. Non avete anima! Per trattare gli onesti cittadini in questo modo vuol dire che chi è al potere non ha cuore, non ha figli ne famiglia. In nessun altro paese esiste criminalità come nel mio. Sono alla nona rapina. E’ un record! Eppure nessuno prende provvedimenti. Niente di niente! Silenzio! Solo silenzio dallo Stato, dai politici locali, dall’Ascom. Noi cittadini siamo stanchi di questa vita. Siamo stanchi di essere considerati come pulci da schiacciare! I politici ci hanno offerto alla criminalità su un piatto d’oro. Oltre il danno, la beffa: la prossima settimana il nostro comune offre una festa di fine estate. Mi viene da piangere dalla rabbia! Cosa c’è da festeggiare, con tutti i problemi che ci circondano? Cosa c’è da festeggiare con un degrado così spaventoso? Sono indignata! Dov’è lo Stato? Dove sono i nostri politici? Sempre presenti in campagna elettorale, a dispensare false promesse. Allora io dico ai “cari” politici: io non posso più pagare tasse perché non ho soldi! Non guadagno tanto, anzi! E non posso pagare contemporaneamente le tasse allo Stato ed il resto alla criminalità! Lo Stato ha il dovere di garantire sicurezza a me e alla mia famiglia (in quanto cittadini), piuttosto che ai delinquenti, che ormai sono cautelati più di noi! Ecco perché i commercianti, nella disperazione, si rivolgono a “persone sbagliate”: perché vengono protetti! E’ paradossale! Ma io non voglio arrivare a questo. Spero, perciò, che i commercianti di Caivano capiscano che sarebbe un bene unirsi al Comitato Civico. Questi ragazzi si che combattono per noi! E tutto senza elemosinare voti. Senza nessun interesse. Loro sono stati gli unici a starci vicini.
Se non ci uniamo, chissà che fine ci faranno fare! Chi non è in grado di fare il capo famiglia del paese, andasse a casa e desse spazio a chi è capace! Ho scritto a tutti i politici, e scriverò anche a Berlusconi. Voglio sapere chi mi deve cautelare e soccorrere in uno stato di calamità così grave? ".
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Chi comanda? Ponticelli, quartiere di Napoli. Una rom tenta di rapire una bambinetta. Viene fermata e il Gip conferma l'arresto. La gente vuole sentirsi tranquilla. I ragazzi del clan Sarno avvertono i rom: "andatevene da qui". Alle minacce seguono i fatti. I campi rom bruciano. Santa Maria Capua Vetere, provincia di Caserta. Un vasto incendio distrugge una fabbruica di materassi, l'Ardflex dei fratelli Russo. L'incendio in realtà è un attentato del clan dei casalesi. Uno dei fratelli Russo si chiama Pietro ed è il presidente dell'associazione antiracket. Aveva fatto arrestare 9 camorristi del clan dei casalesi. Lui era ed è scortato. La sua fabbrica non c'è più. Il clan dei casalesi prima minaccia giornalisti, scrittori e magistrati, poi uccide il padre di un pentito e ora lancia un avvertimento agli imprenditori e ai commercianti: non ribellatevi.
Buona pasqua a tutti, a chi crede e a chi non crede. Io sono appeno rientrato da Casal di Principe e da San Cipriano d'Aversa. Dal cuore del clan dei casalesi, della camorra più fetente e pericolosa, sottovalutata da tutti. E questo signore che vedete nella foto è il papà di Don Peppino Diana, il parroco di Casal di Principe assassinato il 19 marzo del 1994 dalla camorra. Ha una copia di Gomorra di Roberto Saviano. E' stato proprio Roberto a chiedermi di fargli questo piacere, di portare una copia del libro sulla tomba di Don Peppino. "Un gesto simbolico", forse una fesseria ma, guardate che i gesti simbolici sono importanti da quelle parti. Roberto ha la scorta per aver scritto Gomorra. Adesso la scorta ce l'ha anche Rosaria, Rosaria Capacchione. E sono felice per lei perchè eravamo tutti preoccupati per la sua incolumità dopo le minacce pubbliche dei boss a lei, a Roberto e al pubblico ministero Raffaele Cantone. Rosaria vive e lavora a Caserta. Fa la giornalista del Mattino. E' una straordinaria cronista. La conosco da un quarto di secolo. E' facile per noi "inviati"occuparci di mafia. Possiamo anche farli incazzare i mafiosi ma noi ce ne andiamo via. Lei, invece, resta e i camorristi si incazzano quando i loro "paesani" leggono ogni giorno il Mattino e gli articoli che scrive Rosaria. Sono preoccupato perchè il clima è pesante anche se ci sono realtà straordinarie di impegno anticamorra. Martedì scorso sono stato a casa del prefetto di Napoli a vedere la seconda e ultima puntata della fiction di Rai Uno "la storia di Angela" ovvero la storia di Silvana Fucito, l'imprenditrice napoletana che si è ribellata al pizzo. C'erano tutte le istituzioni e c'era tutto il movimento antiracket di Napoli. Silvana, Tano Grasso e tutti gli altri amici commercianti e imprenditori. Spero che anche nel casertano, presto, imprenditori e commercianti si ribellino a Sandokan e al clan dei casalesi. Buona pasqua a chi si batte per la legalità. Un abbraccio a Rosaria.
Hanno ragione Giovanni Sartori, Roberto Saviano e Tano Grasso. Tutti e tre sollevano una questione centrale che, purtroppo, centrale non è in questa campagna elettorale: la guerra alle mafie. "Nè Tremonti nè Visco nè nessuno hanno mai davvero cercato soldi nel colossale patrimonio mafioso", scrive Sartori. E Roberto Saviano aggiunge: "La mafia è la più grande azienda italiana, il suo giro d'affari è il triplo di quello della Fiat. E' innaturale che non se ne parli in campagna elettorale". Tano Grasso che dei commercianti e imprenditori antiracket è il leader riconosciuto chiosa, parlando da Napoli: "La crisi della monnezza ha alzato il livello della tolleranza che i napoletani hanno verso i disagi e l'emergenza. Se si sopporta che la spazzatura arrivi fino al primo piano, si accetta pure il racket". Ma è alla mamma del tredicenne braccato dalla camorra dopo esser stato testimone involontario di un omicidio che fece arrestare un killer che vorrei dire di "non mollare". Lasciando la sua città, la mamma del ragazzo ha giurato che non andrà mai più a Napoli, per scelta e non solo perchè il programma di protezione impone l'immediato allontanamento della famiglia del testimone. Immagino quello che prova, ci sono parzialmente passato anch'io dopo la morte di mia cugina assassinata dalla camorra. Giurai che non mi sarei più occupato della mia città. E sono passati anni prima che tornassi a lavorarci, pensando che tutti fossero colpevoli ma non è giusto darla vinta a loro. A quelli che sanno ma non parlano. A quelli che vedono e si girano dall'altra parte. A quelli che scendono a patti con i signori della morte.
Finalmente. Con 16 anni di ritardo la Confindustria siciliana si è svegliata e, dopo l'escalation di intimidazioni nei confronti dell'imprenditore catanese Andrea Vecchio, ha deciso di espellere dall'organizzazione chi paga il pizzo. E' un messaggio forte che va accompagnato e sostenuto da una serie di iniziative da parte dello Stato. La prima, legislativa, è che chi paga il pizzo va sanzionato. So bene che da sola la risposta repressiva non può bastare ma è indubbio che gli imprenditori che pagano le mafie sono i responsabili del mancato sviluppo del loro territorio. Non c'è mercato, non ci sono diritti, c'è povertà. Imprenditori e commercianti sono gli unici che, fisicamente, conoscono gli uomini delle mafie.Non denunciarli significa "favorirli". Pagare in nero vuol dire evadere il fisco, vuol dire negare uno degli elementi essenziali del mercato: la libertà d'impresa. Ci si può organizzare nelle associazioni antiracket, si può evitare di rimanere soli. Ha ragione il ministro Di Pietro quando sposta l'asticella in avanti e chiede a Luca di Montezemolo di espellere dalla Confindustria anche quegli imprenditori corrotti che pagano le tangenti a politici, pubblici amministratori, alla burocrazia. Anche i partiti dovrebbero comportarsi nello stesso modo. Espellere e non ripresentare candidati condannati anche se non "interdetti dai pubblici uffici". Se questo Paese vuole ripartire deve fare i conti con la grande e irrisolta questione morale, ripristinando le regole a tutti i livelli.
I miei amici delle associazioni antiracket di Napoli mi hanno inviato la relazione che ogni anno scrive Tano Grasso per fare il punto della situazione. Di lotta alle estorsioni in questo blog ne ho parlato diverse volte e diverse volte abbiamo discusso di mafia, di camorra, d' ndrangheta. Per me sono battaglie fondamentali. Se vogliamo essere un Paese moderno, europeo, la battaglia per la legalità diventa discriminante. Gli sviluppi clamorosi delle recenti inchieste giudiziarie (dai furbetti del quartierino, a calciopoli, al savoiagate) ci dicono come la strada sia ancora lunga. L'ultima è di questa mattina: per presunte tangenti nella sanità tra gli arrestati figura l'ex presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto, e gli esponenti del suo partito, di Forza Italia, gridano all'emergenza democratica. Ma veniamo all'esperienza napoletana che è estremamente significativa. Per tutti. Per quanti operano nelle istituzioni e nella cosidetta società civile. C'è stato un rapporto tra istituzioni e società civile che proficuamente ha portato a risultati eccellenti. Secondo dati forniti dalla Prefettura di Napoli si è passati da meno di 100 estorsioni denunciate nel 2001 (quando non c'erano le associazioni) ad un dato in costante crescita negli anni successivi: da 276 nel 2002 a 305 nel 2003, sino al salto in avanti del 2004 con 533. Infine il dato del 2005 con 614 estorsioni denunciate.
Torno a parlare di Napoli. Proprio ieri sera la troupe di Paolo Mondani, che con altri colleghi di "Anno Zero" sta realizzando un'inchiesta sull'illegalità a Napoli per il programma che parte a settembre su Rai Due, è stato aggredito (pugni, calci e sputi) sulla scena del crimine dai familiari di due fratelli assassinati ad Arzano. E' ben lungi da me l'idea del "fujtevenne" di edoardiana memoria. Quel punto interrogativo dell'altro giorno prendetelo come provocazione. Penso di conoscere la mia città, così complessa e straordinariamente bella, secondo gli ultimi stereotipi. Non mi occupo di antropologia o di sociologia ma fino a quando le cosidette persone perbene non diranno "io c'entro" non ci sarà futuro per Napoli. Prendete l'antiracket. Ebbene ci sono ben cinque associazioni nate in meno di quattro anni. A Palermo sarebbe un fatto rivoluzionario. A Napoli, no. Perchè? Perchè il fatto che decine di commercianti e imprenditori abbiano denunciato e fatto arrestare decine di camorristi non è al centro dell'attenzione? Non scuote più di tanto le coscienze ma viene inghiottito dalla napoletanità? Quando più di un anno fa andai ad intervistare Silvana Fucito, presidente dell'associazione antiracket del quartiere di San Giovanni a Teduccio (l'eroina del Time), le chiesi, meravigliato: "Lei ha fatto arrestare più di dieci camorristi. Sono tanti". Lei mi rispose: "Si, sono tanti ma sono pochi rispetto a quelli che ci sono a Napoli". Le due Napoli che convivono, quella illegale e quella legale, sembrano sopportarsi. Ma ad essere criminogene non sono soltanto le periferie. Non c'è mai uno stacco tra le due Napoli. Si uccide e si commettono reati a Secondigliano come al Vomero, a Fuorigrotta come ai Quartieri Spagnoli. Quando le forze dell'ordine vengono aggredite mentre arrestano presunti camorristi dai parenti ma non solo, quando non si esce da casa o se si esce si spera di non essere rapinati, scippati o aggrediti, quando si preferisce pagare chi ti ruba la macchina invece di denunciarlo ( in gergo si chiama "cavallo di ritorno") quando non c'è quartiere di Napoli libero dalla camorra che nelle ultime ore è tornata a sparare e ad uccidere, significa che la questione legalità va ripensata completamente. "O sistema" (il mondo dell'illegalità) è più forte di noi. Nessuno può più dire: "Io non c'entro". Istituzioni e napoletani. E' ora che giustificazionismo e sottovalutazione escano di scena.
Sono appena rientrato dalla Calabria. Da Reggio Calabria. Vi racconto la seguenti scene. Passeggio per la strada principale della città, con un mio amico magistrato antimafia. Si ferma un signore, distinto, abbronzato che saluta entrambi ma che conosceva il mio amico: "Mi sono candidato con l' Udc per le elezioni locali. La sera prima della ufficializzazione della mia candidatura, mi hanno bruciato la macchina". Qualche minuto dopo passiamo davanti ad uno dei bar-pasticceria più eleganti della città. Il proprietario saluta il mio amico magistrato. "Dottore. Ha saputo della morte di Mico Libri? Quel cornuto!..". Domenico Libri ovvero uno dei capimafia di Reggio Calabria, condannato all'ergastolo, deceduto in carcere. Evidentemente il commerciante, perbene, pagava il pizzo. Mi chiedo ma quando la questione legalità entrerà nell'agenda della politica italiana? Le mafie esistono ancora, anche dopo la cattura di Bernardo Provenzano. L' ndrangheta è, forse, in questo momento la mafia più pericolosa. Mi dicono che ormai controlla il traffico internazionale di sostanze stupefacenti in Italia, con addentellati in Europa.
Senza parole. A 11 giorni dal voto, il consiglio dei ministri ha ieri nominato il nuovo commissario straordinario antiracket. E' un prefetto. Si chiama Raffaele Lauro. Lo ricordo capo di gabinetto dei ministri dell'Interno Scotti e Mancino e nell'ultima legislatura del ministro delle Attività produttive Claudio Scajola. Secondo la legge antiracket, fortemente voluta dalle associazioni nate contro il racket delle estorsioni e contro l'usura, per essere nominati commissari occorrono due requisiti: la comprovata esperienza nell'attività di contrasto al fenomeno dell'estorsione e dell'usura e una comprovata esperienza nell'attività di solidarietà nei confronti delle vittime. Quella di Raffaele Lauro è una nomina illegittima dicono i commercianti antiracket. Di certo, il prefetto Lauro, dice la federazione delle associazioni antiracket italiana, non ha mai espresso solidarietà nei confronti delle vittime del racket. Che fretta c'era di nominare il nuovo commissario a dieci giorni dal voto? La risposta datevela voi. L'ultima porcata? Lo hanno nominato per 6 anni.