[ L'ORGOGLIO SVANITO...]
11 giugno 1997. Sono passati dieci anni dalla morte di mia cugina, Silvia Ruotolo. La notizia mi giunse per telefono a Roma mentre ero in redazione: “hanno ucciso una donna che ha il tuo cognome, in un agguato di camorra”. Non può essere mi dissi, che c’azzecca Silvia con la camorra? Quando poi mi raccontarono la dinamica ebbi un moto di rabbia, di odio per la mia città. Ma non solo per i camorristi ma per quella Napoli che sapeva e taceva, che subiva e non reagiva. Partii subito. Con la macchina verso Napoli: un viaggio che non dimenticherò più. Con il cellulare che squillava e con gli occhi gonfi di lacrime. Arrivai a casa di mia zia, al Vomero, dove ero cresciuto e dove trovai i miei cugini assediati dalla stampa e dalle televisioni. Facevo da filtro e all’agenzia Ansa dichiarai: “Quando muoiono degli innocenti vuol dire che non siamo liberi, che non viviamo in un paese normale”. Mi ricordai quello che scrisse Norberto Bobbio una decina di anni prima quando l’Italia scoprì la mafia, l’ndrangheta e la camorra: “Quando la bandiera italiana non può sventolare sul pennone della caserma dei carabinieri di San Luca, vuol dire che non solo non sono liberi i cittadini di quel paese ma tutti noi”. Non si può misurare il grado di libertà, o si è liberi o non si è liberi: la terza via non c’è. E oggi Napoli non è una città libera. Non lo è mai stata nell’ultimo quarto di secolo, da quando la camorra è diventata un’organizzazione criminale di massa. Adesso lo chiamano ‘o sistema. Ci sono tali e tante opportunità di crimine che quel centinaio di clan censiti nel napoletano non riescono più a gestire in prima persona il malaffare e lo fanno in subappalto. Ma anche quella parte non violenta della città è contaminata dalla cultura di illegalità.
I giorni che precedettero i funerali di mia cugina, furono giorni di dolore ma sentivamo crescere intorno a noi l’indignazione e la solidarietà di tante persone perbene che rappresentavano Napoli. Ma oggi chi rappresenta Napoli? Certo, se dovessi dire che non si sono fatti passi avanti nella battaglia per la legalità e per la giustizia, direi il falso. Napoli è l’unica città d’Italia dove il movimento antiracket è fortemente radicato. Decine di camorristi sono finiti in carcere e decine di commercianti e imprenditori hanno denunciato i loro estorsori. Ma sono troppo pochi gli uni e gli altri. “Libera” ed altre associazioni sono una bella realtà. Ma non sono sufficienti. La verità è che siamo cambiati noi. La città vive il clima di sconfitta perché non crede più nel suo futuro. Si è ritirata sull’Aventino. La stagione del “Rinascimento napoletano” è finita eppure, non tanti anni fa, mi sentivo orgoglioso di essere napoletano, oggi non più.
Il prefetto di Napoli, Alessandro Pansa, è stato fin troppo tenero quando ha accusato la borghesia e l’intelligenza della città di avere “un atteggiamento disfattista e rinunciatario”. E’ fin troppo facile prendersela con la “plebe”, e non ci riusciamo neanche: il famoso piano sicurezza non riesce a far fronte alle mille emergenze. Si ammazza e si è uccisi, come al solito. Ma il caso rifiuti è emblematico dell’incapacità e dell’inadeguatezza della classe dirigente napoletana e campana. C’è uno scarico di responsabilità che alimenta l’antipolitica. Il presidente della Regione, Antonio Bassolino, è stato commissario di governo per l’emergenza rifiuti per ben quattro anni. Non si è accorto che quel piano non funzionava neanche un po’? Che figura fa Il sindaco di Napoli che non vuole più vedere il sindaco di Torino che parlando dell’emergenza rifiuti disse:“se fossi il sindaco di Napoli mi dimetterei”? Ci sono sempre più amministrazioni locali commissariate e coinvolte in bufere giudiziarie che allontanano i cittadini dalla politica. Non mi piace il qualunquismo ma sono i partiti stessi a demolire la politica e con essa le speranze di cambiamento.
postato da: aleruotolo alle ore giugno 11, 2007 05:44 |
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