[ CIAO KABUL ]
Eccomi giunto alla fine di questo lungo viaggio nell'Afghanistan di oggi. Domani comincia il mio riavvicinamento a casa. Prima sosta negli Emirati Arabi Uniti e dopodomani, finalmente, destinazione Roma. Queste ultime ore le ho trascorse con i soldati del contingente italiano a Kabul. Ho incontrato i massimi vertici della missione Isaf-Nato. Ho visto la base Invicta dove vivono i militari del 2° Reggimento Alpini di Cuneo. Sono stato in pattuglia con loro, con i colleghi del tenente Manuel Fiorito e del maresciallo Luca Polsinelli uccisi il 5 maggio scorso da un ordigno rudimentale collocato sul ciglio della strada nella provincia di Kabul. Mi sono avvicinato al luogo dell'attentato ma quella zona non è una zona "sicura" e poco prima di arrivarci, in una stretta gola tra le alte montagne che sovrastano la capitale afgana, abbiamo girato per una strada più tranquilla. A bordo dei cosidetti Puma che sono i mezzi blindati più moderni dell'esercito italiano. Quelli con sei ruote motrici, la mitragliatrice al centro, il fuciliere dietro e nell'abitacolo l'autista e l'addetto alle comunicazioni. Volevo documentare il lavoro dei nostri soldati e quindi anch'io ho dovuto adottare, con il mio operatore, delle misure di "protezione". Casco e giubotto antiproiettile. Kabul non è sicura. Lo sanno tutti, anche i nostri soldati. Proprio l'altro giorno mentre rientravo da Herat c'è stato un altro attentato all'altezza dell'hotel Intercontinental. Feriti. Civili. Si rischia sempre di essere retorici sia quando si parla dei soldati italiani sia quando si parla dei civili uccisi e feriti nelle guerre. Ma non ho visto Rambo, ho visto giovani, pensate l'età media è sui 24 anni, che credono in quello che fanno. Se gli chiedi se hanno paura ti rispondono: si. Sono ragazzi con più missioni alle spalle: Kosovo, Bosnia. Sono uscito in pattuglia con i colleghi dei due militari italiani uccisi. Loro amici e immaginatevi il dolore che hanno provato e che provano ma sono tutti convinti di partecipare ad una missione di peacekeeping.
Quando attraversano alcuni villaggi scendono dai mezzi, a piedi. Con un interprete. Parlano con gli uomini, con i bambini. Ogni tanto portano anche aiuti. Ma oggi un signore che si stava costruendo la sua casa li ha bloccati perchè scavando aveva scoperto un ordigno inesploso. Sopralluogo, coordinate via radio e domani andranno gli artificieri a neutralizzare la bomba. Dunque, la missione Isaf-Nato nelle prossime ore si estenderà al Sud del Paese. Quel sud dove combattono i talebani e le forze della coalizione. Cambieranno anche le cosidette regole di ingaggio. I nostri soldati resteranno a Kabul e ad Herat. Lontani dalla zona dei combattimenti ma la missione è sotto lo stesso comando Isaf-Nato. Ho chiesto ad uno dei vice comandanti Nato quando pensano che la situazione in Afghanistan sarà "stabilizzata". Mi è stato risposto che ci vogliono almeno cinque anni.
Mi sembrano pochi pensando al Kosovo, alla Bosnia. Lascio un Afghanistan dove la situazione può precipitare da un momento all'altro. Nessun signore della guerra ha restituito le armi (solo il 2 per cento), c'è un'insofferenza diffusa. Povertà, miseria. Qui la guerra non è mai finita. Prima di partire vado nell'ospedale di Emergency di Kabul. I letti sono tutti pieni, altri bambini devastati dalle mine, altri uomini da schegge e proiettili. Nell'ospedale di Lashkar Gah, nel sud del Paese, continuano ad arrivare i feriti di questa guerra.
categoria:guerra afghanistan, contingente italiano





Rieccomi a Kabul dopo alcuni giorni di assenza. Sono stato ad Herat, nell'Afghanistan occidentale dove il Prt della missione Isaf-Nato è sotto comando italiano. Ci sono andato con un aereo militare in "zona di operazione" il che vuol dire manovre evasive improvvise, insomma un volo poco tranquillo per chi, come me, ha paura di volare. Ho vissuto tre giorni con i nostri soldati, "prigionieri" nel camp Vianini, nel cuore della bellissima città afgana che guarda verso l'Iran e il Turkmenistan. Herat non è Kabul e non è neanche Lashkar Gah. Il clima è di apparente calma, come mi hanno detto i nostri soldati anche se poi ho scoperto che ad aprile e quindi poche settimane fa un kamikaze si è fatto esplodare davanti alla base italiana uccidendo un passante, una guardia afgana e se stesso. Ferendo il responsabile della cooperazione italiana Andrea Lorenzetti che non è stato ancora sostituito. Anche se a maggio un altro kamikaze si è fatto esplodere al passaggio di un convoglio americano.
Anche se i signori della guerra che devono consegnare le armi "Illegali" si son ben guardati dal farlo, restituendo fino ad oggi solo il 2 per cento delle loro santabarbara. Prt, dunque. Prt sta per team provinciale di ricostruzione. In sostanza il comando Isaf-Nato ha suddiviso l'Afghanistan in cinque regiorni. Kabul, il nord, l'ovest, il sud e l'est. Nella zona occidentale c'è un generale italiano, il generale Danilo Errico. Il suo quartier generale è nell'aeroporto di Herat dove comanda ben quattro regioni che qui chiamano province tra cui quella di Herat. Pensavano che entro questo mese potessero istallarsi anche nel sud e ad agosto nell'est del Paese. Ma la situazione invece di "stabilizzarsi" si sta deteriorando con i talebani che stanno conquistando, giorno dopo giorno, pezzi di territorio. A suon di morti e feriti. Dall'una e dall'altra parte. Missione di pace, missione umanitaria. Le forze in campo nel Prt di Herat sono le seguenti. Due civili che dipendono dal ministero degli affari esteri (dovrebbero esserne sei) e 230 militari che dipendono dal ministero della difesa. Altri 520 soldati italiani sono sotto il comando del generale Errico. Nei sei mesi del 2005 hanno complessivamente speso 4.800.000,00 Euro e pensano di spenderne il doppio per il 2006. Soprattutto per scuole, acquedotti, pozzi e ristrutturazione dell'ospedale di Herat.
Ma nei giorni in cui sono stato con loro hanno consegnato anche 20 motociclette alla polizia e 3 compattatori e 150 cassonetti al comune della città. Non ho avvertito quella ostilità della popolazione che ho sentito a Kabul nei confronti dei nostri soldati. Ogni venerdì nella piazzetta del camp Vianini c'è un piccolo bazar. I bambini giocano a pallone nella strada "protetta" della base italiana. I vicini salutano dai balconi dei palazzi che sovrastano camp Vianini. Ho girato per la città. In auto. Fuoristrada di color bianco, blindati, con scorta armata. I nostri soldati, per fortuna, non sono come i "Rambo" americani e inglesi. Sono convinti di aiutare la gente. Nei momenti liberi dentro le mura della base scopri la nostra Italia, la bella Italia. Ma si può fare cooperazione con le armi? Il povero dottor Claudio Belli (ministero degli affari esteri) che è costretto a girare "scortato" pensa di no. Nessuna delle nostre Ong è presente ad Herat. Ho chiesto quali fossero le regole di ingaggio: si può sparare solo per autodifesa. Ma se i venti di guerra, di una guerra che è in corso nel resto del Paese, dovessero avvicinarsi ai nostri soldati?
E' bella Kabul alle 6 di mattina. E' gia' sveglia. La luce e' calda e cosi' ti accorgi che allontanandoti dal centro della citta' la periferia sta cambiando volto con lo sviluppo di una edilizia residenziale appaltata ad imprese straniere che costruiscono enormi palazzoni accanto alle vecchie case di fango. Vado verso il nord. Nella valle del Panshjir, la valle dei mujiadin del mitico comandante tagico Massoud. Passo per la piana dello Shamali, vedo quella che fino a quattro anni era la linea del fronte: da una parte i talebani, dall'altra i combattenti dell'Alleanza del Nord. Le carcasse dei vecchi carri armati di quella che fu l'Unione sovietica ci accompagneranno per tutto il viaggio fino al villaggio di Bozorak dove sorge il mausoleo del generale Massoud, ucciso due giorni prima dell'11 settembre. Qui non si incontrano le truppe straniere.
Non ce n'e' bisogno: e' la valle dei vincitori, dei nemici del mullah Omar. Non si avverte l'ostilita' verso gli occidentali. Le gigantesche ruspe di un'impresa turca abbattono i negozi lungo la strada sterrata per allargarne il tracciato e asfaltarla, ma solo per un tratto. Questo e' l'unico segno tangibile della ricostruzione. Ad Anobah c'e' l'ospedale di Emergency da dove con il telefono satellitare, ai tempi della guerra contro i talebani, si collegava per Sciuscia' edizione straordinaria il mio amico Vauro. Qui, dove manca l'energia elettrica, ogni anno, centinaia di donne e bambini si ustionano con le lampade e i fornelli alimentati dall'insicura miscela di petrolio pakistano. Manca l'energia elettrica, manca l'acqua potabile. Si ricorre alle vecchie taniche. Nella casa di Emergency alimentata da un generatore elettrico si fa la doccia mescolando
con il secchio acqua calda e acqua fredda. Ho chiesto di poter parlare con la gente, di poter girare delle immagini. Problemi di sicurezza non ce ne sono qui ma la telecamera non ha potuto violare la riservatezza di questa gente e per parlare con il capo del villaggio di Zamankour e con gli altri anziani dei due villaggi vicini mi hanno dato appuntamento sul greto del fiume. C'e' impazienza per i mancati aiuti. I generali sono tutti a Kabul, la gente dice che prima o poi gli stranieri dovranno andar via dall'Afghanistan.
Repubblica islamica. Societa' di uomini. Le donne restano "invisibili" anche nel nord dei nemici dei talebani. Le donne dei burka che quando entrano negli ospedali di Emergency li lasciano e si coprono con i veli bianchi o neri che vedi negli altri paesi islamici.
Ma l'ultima immagine che conservo di questa valle e' quella della tomba di Massoud. Un mito per i tagiki che quando si trovano davanti alle spoglie del loro generale pregano e con i telefonini cellulari (che qui non prendono) scattano foto mentre all'esterno del mausoleo, ancora in costruzione, tra le carcasse dei vecchi carri armati sovietici, nei due negozietti si vendono libri e poster del "leone del Panshjir".
Per raggiungere la linea
Aldila’ della diga
Altri talebani sono rimasti feriti. Uno di loro e’ stato curato nel centro di primo soccorso dell’organizzazione umanitaria italiana. Il suo e’ stato un viaggio periglioso. Ferito all’alba, lo hanno trasportato prima sul fiume con una zattera fatta alla men peggio, poi su di un’auto e infine su un mezzo di Emergency fino a Grishk dove e’ arrivato alle 10 e 30. Questo “combattente” avra’ avuto si e no 19 anni. Una scheggia di proiettile gli si e’ conficcata sotto l’occhio
Ci sono interi territori gia’ controllati da loro dove gli assedianti sono assediati e costretti a rispondere al loro fuoco. Non c’e’ la linea
Helmand e' il fiume che bagna Lashkar Gah e da' il nome alla Regione che qui chiamano provincia. Appena superi il ponte incontri il check - point della polizia afgana. Oggi c'erano anche gli inglesi. Con i loro blindati, i loro giubotti antiproiettile, i loro elmetti, i loro mitra. Tre mezzi, una decina di soldati britannici. E' l'unica volta che non ho potuto fare riprese. Mi sono qualificato e mi hanno cacciato. Nino, l'operatore, ha acceso la telecamera nascosto in macchina e lontano dal posto di blocco. Ma il sergente di sua Maesta' se ne e' accorto e ci siamo dovuti allontanare. Nella notte talebani armati hanno attaccato il comando inglese. Le voci dicono che sia imminente un attacco in citta'. Di certo ci sono combattimenti in periferia, in provincia. A un'ora da Lashkar Gah. E' la prima volta che ho potuto girare senza dovermi spostare rapidamente.
Ho visto la citta' avvolta da una tempesta di sabbia che ha messo a repentaglio le nostre attrezzature e i nostri occhi. Siamo entrati nei quartieri, ho camminato nel bazar. Ho parlato con bimbi, uomini e vecchi. Le donne di Lashkar Gah sono invisibili. Le intravedi davanti agli usci di casa. Nelle auto. Avvolte dai veli o dentro i burka. E' una citta' di uomini. Ho acceso il microfono e ho registrato le voci di questi pastun, colpevoli agli occhi occidentali di essere tutti talebani. Sicuramente e' gente che non vuole le truppe straniere con le armi. E' gente che riconosce agli inglesi di essere meno arroganti degli americani ma
non per questo motivo li accettano: "Portano insicurezza". Portano la morte tra i civili. Tra la casa di Emergency e l'ospedale c'e' una strada chiusa al traffico. E' dove vive il governatore. Difeso dagli uomini armati afgani. Dicono che non esca mai dal suo bunker. E' il rappresentante del governo Karzai ed e' lui che formalmente governa la Regione. Ma in realta' non e' cosi'. Nell'ospedale sono ricoverati alcuni talebani rimasti feriti nei combattimenti di questi giorni. C'e' anche Mobarez, 24 anni, che ha perso un pezzo della sua gamba sinistra. A Grishk, un'ora e mezzo da Lashkar Gah. Dice di essere "soltanto" uno studente di scuola coranica. Non vuole gli stranieri.
Afferma di essere stato sfortunato a non morire mentre i suoi due amici, che erano con lui, hanno perso la vita. Il 4 luglio scorso. Ma non posso non raccontarvi quello che e' accaduto ieri sera quando siamo corsi in ospedale perche' erano arrivati tre feriti di guerra. Sardar Mohamed 30 anni. Sua moglie Marja, 24 anni e Besmillah, quattro anni. Stavano viaggiando in macchina in sette sulla strada verso Musa Qala. Un missile li ha presi in pieno. In quattro sono morti sul colpo. Tra loro: un bambino di dieci anni, due donne e un uomo. Besmillah con gli occhi aperti stava aspettando di entrare nella sala operatoria. Sua madre Marja, silente devasta dalle ustioni e dalle schegge. Suo padre Sardar ossigenato a mano e con gli occhi sbarrati. Uno dopo l'altro sono stati operati. Ho rivisto Besmillah, oggi pomeriggio, senza la sua gambina sinistra. Marja senza un braccio, con mezzo seno, con ferite su tutto il corpo che inveiva e aveva sete. Sardar e' morto questra mattina alle 5. Sicuramente leggerete sui giornali che sono stati uccisi talebani. No, non erano talebani ma civili, civili inermi, vittime di questa guerra che non finisce mai.
Come civili e innocenti sono Abdul Walil, 6 anni e sua zia che si sono salvati dal bombardamento dei caccia americani il 5 luglio scorso. La loro casa e' andata distrutta. Genitori e parenti, tutti morti. Talebani anche loro?
Questi che seguono sono gli appunti del mio viaggio dentro l' Afghanistan. Da Kabul a Lashkar Gah. Nella provincia dei combattimenti tra talebani e le forze della coalizione Isaf. Percorro la strada del sud che costeggia il Pakistan, che tocca Kandahar, la citta' del mullah Omar, e che prosegue fino alla cittadina dell'Helmand, la provincia dove da settimane si combatte dall'aria e da terra. E' un viaggio lunghissimo. Siamo partiti con un convoglio di tre fuoristrada di Emergency alle 6 di questa mattina. E siamo arrivati, stanchi e sfatti dal caldo che supera i 40 gradi, nel primo pomeriggio. Alle 15. Per fare 700 chilometri. La premessa e' che non sarei potuto arrivare fin qui se non ci fosse stata Emergency. Quando ho detto, l'altro giorno, all'ambasciatore italiano a Kabul che sarei andato a Lashkar Gah mi ha detto: "Guarda che e' pericoloso. Gli occidentali non ci mettono piede". Ci siamo fermati solo tre volte. E rapidamente. La prima quando il mio fuoristrada ha avuto problemi al semiasse della ruota anteriore destra, la seconda quando, a meta' strada, c'e' stato il cambio dei mezzi. Alla periferia di Qalat, prima di Kandahar ci e' venuto a prendere il personale di Emergency di Lashkar Gah. La terza volta ci siamo fermati per riprendere i primi segni della guerra in corso.
Le carcasse di un Tir inglese e a pochi metri quella di un mezzo americano. La prima parte del viaggio e' stata abbastanza bella. Per i paeseggi, per i villaggi che attraversavamo con i mercatini colorati, i bambini. Individuavo le scuole dalle centinaia di biciclette parcheggiate sotto gli alberi. Poi man mano che passavano le ore, per chilometri e chilometri siamo stati soli sulla strada. Deserto, polvere e caldo. Quando sono comparsi i dromedari mi sono reso conto che stavo davvero attraversando l'Afghanistan. Il caldo. Qui e' secco. Sudi poco o niente ma devi bere acqua in continuazione per evitare la disidratazione. Ad un certo punto prima di passare per Ganzi incrociamo tre elicotteri da combattimento. L'aeroporto della citta' e' completamernte fortificato.
Abbiamo avuto anche la sfortuna di dover "dare strada" ad un convoglio militare americano. Per piu' di un'ora siamo stati costretti a rallentare. E a mantenerci a debita distanza. Le case dei villaggi sono ad un piano e sono fatte di fango. Bambini e uomini controllano le greggi. Pastori e pastun. A Moqor gli uomini si presentano con le lunghe barbe, i vecchi con i loro turbanti e le barbe bianche. Dopo quattro ore di viaggio mi rendo conto davvero che siamo gli unici "occidentali". E ci penso su per un bel po' di tempo. Gran parte dei posti di polizia sono abbandonati, agli ingressi e alle uscite dei villaggi ci sono due, tre poliziotti. Solo quando raggiungiamo Kandahar diventano piu' minacciosi con i blocchi di cemento che ti costringono a rallentare.
Davanti alle casermette compaiono i nidi di mitragliatrice. Nell'ultimo tratto soldati afghani a bordo di pick up sfrecciano lungo la strada. Alla nostra destra vediamo una ventina di carri armati. Il mio interprete dice che sono canadesi. Qui gli attacchi sono quotidiani. I soldati afgani portano anche i bazooka. E piccoli crateri squarciano la strada. Quando prendiamo il primo caffe' della giornata nella sala da pranzo della casa Emergency, a Lashkar Gah, Claudio, il padrone di casa ci dice che gli americani hanno tentato piu' volte di entrare in ospedale per interrogare i feriti talebani. Adesso che ci sono gli inglesi le cose vanno un po' meglio perche' gli inglesi rispettano la neutralita' dell'ospedale. Ma chi comanda qui?
Pul-E-Charkhi è il nome afgano del carcere più grande del paese E' a 35 chilometri ad est di Kabul. Per arrivarci abbiamo preso la strada per Jalalabad. Ci sono 2500 detenuti ma sembra che abbia sopportato all'epoca dell'occupazione sovietica fino a 60 mila detenuti. Con una telecamerina nascosta abbiamo varcato i cancelli della prigione che sorge su di una radura circondata da alte montagne. L'interprete ha costretto l'autista a fare il giro più lungo per evitare il percorso dei convogli militari dell'Isaf: "Strade più che pericolose". Polvere, tanta polvere quando la strada non è asfaltata e non lo è per chilometri. Questo di Pul-E-Charkhi è un carcere dove sono scoppiate rivolte e dove stanno procedendo a ristrutturare alcuni padiglioni.
E' anche in costruzione un braccio speciale per i detenuti che attualmente sono prigionieri a Guantanamo. Sarà pronto per febbraio. Ho visto i segni della cooperazione italiana, del governo italiano. Tutta l'attrezzatura dell'ambulatorio del primo braccio messo su da Emergency è della cooperazione italiana. Un mini ospedale. Anche la cucina e le pompe dell'acqua sono made in Italy. Sono entrato nel blocco dove sono detenuti 600 talebani. Mi ha colpito il buio dei corridoi dove ci sono le celle. Ho parlato con alcuni di loro. Mi hanno fatto vedere il luogo dove sono barricati due contractors americani che avevano messo su, a Kabul, una prigione privata e torturato presunti terroristi. Sono completamente isolati dagli altri e si intravede anche una parabola satellitare.
Ma quello che, purtroppo, non potrò far vedere nel mio reportage è la sezione femminile del carcere dove io sono potuto entrare ma da solo. Per la prima volta ho visto le donne afghane senza veli e burka. Con le loro facce, le loro terribili storie, le loro sofferenze. In sessanta. Con i loro bambini. Chi dentro le celle, chi nel cortile, sotto i muri o l'albero per ripararsi dal sole cocente. La prima che ho incontrato è stata una ragazza di 18 anni. Con i suoi occhi verdi, bellissimi. Silente, colpevole di non essersi voluta sposare con un uomo di 60 anni. Tante di queste donne sono in carcere per "adulterio". E, come mi dice Rosanna di Emergency, senza prove. Senza diritti. Rosanna si è raccomdandata di non stringere mai le mani alle prigioniere. Qui la detenzione varia in base ai soldi che puoi pagare. Se ne hai tanti la condanna è lieve, se ne hai pochi è invece pesante. Nel cortile c'è una donna con i capelli corti, con un bambino in braccio. E' in carcere perchè amava altre donne. Ogni tanto finiscono in carcere anche le prostitute che
prima non c'erano e che oggi sono numerose a Kabul. C'è chi ha ammazzato il marito e chi, come una nigeriana, è stata condannata per traffico di droga. Loro, quando l'inverno è rigido - e a Kabul vuol dire anche 20 gradi sottozero - possono accendere le stufe a legno perchè ci sono i bambini ma gli altri 2440 detenuti ne sono sprovvisti. Quando si lavano i pavimenti si ghiaccia tutto per terra. Le grate vengono coperte dai fogli di plastica trasparente di Emergency. In un carcere dove per sole due ore al giorno viene erogata l'acqua. Qui, in questa realtà, i segni belli dell'Italia sono concreti. Lascio Pul-E-Charkhi pensando ai volti di quelle donne che non potrò farvi vedere.
Oggi è un giorno un pò speciale per me. E' il mio compleanno. 51 anni. La mia giornata è cominciata nel reparto pediatria dell'ospedale di Emergency, nel giorno della visita dello staff ortopedico. Non ce l'ho fatta a controllare le mie emozioni. A tenerle dentro. Alberto Landini è l'ortopedico del team internazionale di Emergency. Con lui ci sono anche medici e personale afgano. Lo raggiungo mentre sta già visitando i "pazienti". Amina ha 9 anni. Ha i capelli corti, la prendo per un bambino e invece è una bambina. Due occhi enormi. Che ti raccontano tutto. Ha il braccino sollevato. I medici le tolgono la benda e un fiotto di sangue le scorre sul braccio. Piange. Per il dolore. Le offrono un ciupaciupa e lei continua a piangere poi, piano piano, smette di lamentarsi e si mette a succhiare la sua caramella. Non ha più due dita. Giocava nei dintorni di casa sua quando ha scambiato una mina per una penna. Il 29 giugno del 2006 non lo dimenticherà più. Ma non è il pianto di Amina che mi sconvolge. E' il silenzio degli altri: sopportono il dolore. Kijal ha 12 anni. E' un pastorello. Il 23 giugno stava in montagna quando si è seduto sopra una pietra che nascondeva una mina. Non ha più mezzo sedere. Si vedono il femore e l'anca. Alberto mi rassicura. Mi dice che l'unico problema sono le infezioni perchè la carne è viva. Ma è ottimista. Sami invece è il discolo del reparto. Lo trovi sempre in giro nell'ospedale a far danni con un suo amichetto. Questa mattina stava sul suo lettino, in silenzio, con la sua caramella mentre gli medicavano quello che resta della sua mano. Due dita appena. Ogni giorno arriva un bambino ferito da mina. Nel solo ospedale di Emergency di Kabul. Mi chiedo: qui gli salvano la vita ma che succede quando bambini e adulti lasciano l'ospedale e si "accorgono" di non aver più una gamba o un braccio o una faccia? Niente eppure avrebbero bisogno di essere seguiti da psicologi afgani. Se fossi nato in Afghanistan sarei già un vecchio della cosidetta quarta età. C'è anche Gina, la rianimatrice di Emergency, che compie oggi gli anni e stasera festeggeremo tutti insieme e poi vedremo la finale Italia-Francia. Ma il pianto di Amina e il silenzio di Kijal li porterò con me, per sempre.
Avevamo appena finito di cenare (le tagliatelle fatte dal team di Emergency) quando via radio chiamano dall'ospedale per dire che era appena arrivato un uomo ferito da un proiettile. In radiologia stavano già facendo le lastre. E' quasi mezzanotte e con l'operatore, Nino Fezza, accompagno Gino Strada in sala operatoria. Il ferito, un uomo di circa 30 anni, si lamenta, respira a fatica. Lo hanno portato qui quasi dodici ore dopo essere stato colpito. La fortuna vuole che il proiettile sia fuoriuscito. Non resta che il drenaggio toracico e qualche punto di sutura. Tutti i posti letto sono occupati. Gina, l'anestesista mi dice che il trenta per cento dei pazienti sono bambini. Che l'indice di mortalità complessivo dell'ospedale è bassissimo perchè anche i cosidetti "adulti" sono, in realtà, giovani. Qui l'aspettativa di vita non supera i 45 anni di età. Sono le due di notte (in Italia le 23 e 30) quando andiamo a dormire. Questa mattina la sveglia è suonata presto. Fa caldo a Kabul ed è meglio girare quando non picchia il sole. Ho un interprete che mi da una mano. E' un ragazzo sveglio, colto, preparato. Giro con un fuoristrada bianco di Emergency ma le procedure di sicurezza imposte dal mio interprete sono rigidissime. Non si vedono "stranieri" per strada, non si incontrano giornalisti. C'è paura per le bombe, per i kamikaze che solo di recente hanno fatto la loro comparsa nella capitale dell'Afghanistan. L'unica tecnica possibile per poter far delle riprese, con un minimo margine di sicurezza, è il "mordi e fuggi". Ho chiesto di andare al bazar dove tre giorni fa una bomba ha mietuto vittime. Amin portava il suo carretto con le verdure quando qualcuno gli ha messo una bomba sotto il suo karachi, qui chiamano così i carretti per trasportare e vendere merci. Nell'esplosione, Amin ha perso la gamba sinistra e forse perderà quella destra. Ho voluto vedere dove è successo l'attentato. Nel bazar dove si vende di tutto e dove il poliziotto che regola il traffico porta una mascherina. Kabul è diventata una città molto inquinata. Dobbiamo evitare gli assembramenti, fermarci il meno possibile perchè potremmo essere un obiettivo. Qui non fa distinzione tra inglesi, italiani, americani. Siamo tutti stranieri. Commettiamo un'imprudenza. Stiamo per strada quando vediamo arrivare un convoglio militare italiano. Lo riprendiamo. Il capopattuglia si ferma. Scende dal mezzo e si avvicina parlandoci in inglese. Gli dico: guardi che sono della Rai, siamo italiani. Poche battute, un rapido saluto agli alpini che dalle torrette impugnano le mitragliatrici e il convoglio si rimette in marcia. I mezzi italiani sono due. Tra di loro c'è un blindato americano. Sono passati due mesi da quando una bomba ha ucciso il tenente Manuel Fiorito e il maresciallo Luca Polsinelli. Penso a loro, con emozione, e penso che quello stop imprevisto abbia potuto mettere a repentaglio la loro e la nostra vita.
Eccomi a Kabul. Ci sono arrivato ieri sera. Dopo due giorni di aereo. Prima tappa Dubai poi, con un team di Emergency prendiamo un aereo delle Nazioni Unite che ci porta a Kabul. L'impatto è forte. Ci accoglie un vento teso. La polvere è di quelle che ti costringe a coprirti. I fuoristrada di Emergency ci attendono all'esterno dell'aeroporto. Dieci minuti di strada per raggiungere l'ospedale. La città ci appare completamente militarizzata. Posti di blocco, soldati afgani dovunque. A pochi metri dell'ospedale c'è l'ambasciata inglese. Fortificata. Un vero e proprio bunker. Il giorno prima e per due giorni consecutivi una serie di bombe erano esplose a Kabul. Il clima è teso. Oggi che è venerdì e che, per i musulmani, è un giorno di festa, ci sono poche macchine per strada. La sera sono tutti chiusi in casa. Tutti si aspettano che la situazione degeneri. Si parla di infiltrazioni talebane in città. A Kabul c'è anche Gino Strada. Tutta l'equipe di Emergency vive in un complesso che si trova dall'altro lato della strada, di fronte all'ospedale. Guardie (disarmate) all'esterno. Non ci lasciano un momento. E con me è arrivato anche Vauro, che da qualche mese lavora per Emergency. Facciamo in tempo a lasciare le valigie che entriamo in ospedale. Nella sala di rianimazione. Sei posti letto. E' l'unica sala di rianimazione che esiste in Afghanistan. Sei posti letto. Avete capito bene. Per tutto l'Afghanistan. Quando lavoro cerco di mettere da parte le emozioni. Non c'è tempo per le emozioni. Nino, l'operatore deve girare le immagini. Io devo vedere, raccontare, intervistare. Ma questa volta l'impatto è troppo forte. Intanto mi sono emozionato nel vedere l'ospedale. Tenuto benissimo. In uno dei giardini c'è una lapide che ricorda i bambini morti per le bombe. Nino, che ha fatto tanto terzo mondo, non vuole crederci. L'ospedale è tenuto bene, pulito, efficiente. Gino Strada mi porta dentro la sala di rianimazione. E mi trovo di fronte alla realtà afgana. Senza mediazioni. Senza giri di parole. Tutti i letti sono occupati. C'è un uomo steso sul lettino. E' semicosciente. Ha un tubicino che lo fa respirare dalla trachea. E si sente. Quel suono non me lo scorderò più. Il volto di quell'uomo è coperto da una garza. Qualche ora prima era arrivato in ospedale. Una mina, nel paese più minato del mondo, lo ha preso in pieno. Quest'uomo non ha più la faccia. E' completamente deformata. Gliel'hanno ricucita ma, mentre scrivo queste parole mi viene la pelle d'oca. Purtroppo non è il solo a fare i conti con una guerra che non finisce mai. Ho incontrato Nabil una delle vittime di Kabul del 29 maggio, della rivolta contro gli americani. Non ha più mezza anca, mezzo sedere colpito da un proiettile americano del tipo ad alta velocità che frantuma le ossa. Parla con un filo di voce. A Kabul cresce l'insofferenza verso le truppe che qui chiamano stranieri come chiamavano stranieri gli occupanti sovietici. Ieri sera ho incontrato altri italiani. Non erano di Emergency. Mi hanno parlato di una situazione che può sfuggire di mano. Ho preso la cartina dell'Afghanistan. Mi hanno detto dove ci sono i talebani. In tutto il sud e nell'est che confina con il Pakistan. Hanno i loro tribunali. Le loro prigioni. Amministrano città e villaggi. Nel Nord dell'Alleanza del Nord e cioè dei "vincitori" aspettano. Nel Nord Ovest anche i signori della guerra aspettano. Il presidente Karzai non è più neanche il sindaco di Kabul. O almeno di tutta Kabul.
Avrei voluto scrivere alcune riflessioni prendendo spunto dai fatti di questi ultimi giorni. Penso alle liberalizzazioni, provvedimento che a me è piaciuto, a calciopoli, alla situazione internazionale (Gaza e Iraq), al dibattito che si è aperto all'interno dell'Unione sull'Afghanistan. Non ci sono riuscito perchè non ho avuto un attimo di tempo. Domani parto per l'Afghanistan. Per realizzare un reportage per il nostro nuovo programma, Anno Zero, che andrà in onda su Rai Due a partire dal 21 settembre. Dovrei starci un pò più di tre settimane. Dovrei muovermi da Kabul. Insomma vorrei capire e far capire (con il mio punto di vista) qual è la situazione in Afghanistan a cinque anni dalla cacciata dei talebani. E' la prima volta che vado a Kabul, per il mio operatore, Nino Fezza, è invece un ritorno. Sono tante le domande che mi frullano nella testa. Spero di poter scrivere un diario sul blog . A presto e buon luglio a tutti.