[ UN PO' DI LUCE ]
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"Le indagini fin qui condotte hanno consentito di accertare le responsabilità riguardanti il livello militare dell’azione delittuosa compiuta, consentendo di individuare il gruppo di fuoco che agì, gruppo di fuoco che è risultato essere diretta emanazione della cosca mafiosa denominata Cordì di Locri". Così scrivono i magistrati di Reggio Calabria. Finalmente. Sono finiti in carcere quelli che, secondo polizia e magistratura, sono gli autori dell'omicidio di Francesco Fortugno, il vicepresidente del consiglio regionale della Calabria assassinato il 16 ottobre scorso, davanti al seggio delle primarie dell'Unione, a Locri. Provincia di Reggio Calabria. Fanno parte di una delle due cosche locali dell'ndrangheta. Quella dei Cordì, l'altra è quella dei Cataldo. Non sappiamo ancora con precisione e con dettagli perchè l'esponente della Margherita fu ucciso, sappiamo però che Francesco Fortugno era una persona perbene. Si chiama Salvatore Ritorto ed ha 27 anni il ragazzo che materialmente fece fuoco con una calibro 9 per 19, con cinque colpi contro il povero Fortugno. Quella pistola aveva già sparato altre due volte, a scopo intimidatorio. Una delle due volte, contro il circolo frequentato dal calciatore del Locri assassinato proprio ieri. Enzo Cotroneo, 28 anni, che era atteso dai carabinieri che lo volevano interrogare. Siamo dunque alla prima "verità". Quella più importante deve ancora essere scritta e riguarda, come dicevo, il movente di questo delitto eccellente che ha scosso le coscienze di un'intera generazione di giovani, ma non solo di giovani, in una terra dove, secondo gli investigatori, è ramificata la più pericolosa delle organizzazioni mafiose del nostro Paese. Tra i destinatari dei provvedimenti restrittivi anche alcuni affiliati finiti in carcere a metà novembre scorso. Ero a Reggio Calabria, per il Tg3, quando li arrestarono: tutti ragazzi e tra questi il titolare di un bar, il Bar Arcobaleno, a due passi dall'arcivescovado di Locri. Si chiama Bruno Piccolo, è il collaboratore di giustizia dell'inchiesta sull'omicidio Fortugno. Lo è diventato in carcere. Di lui scrivono i magistrati: "Dopo quasi un mese di detenzione, inviando una lettera dal carcere, manifestava a codesta Autorità giudiziaria la volontà di collaborare e, con le sue dichiarazioni, puntualmente riscontrate, forniva indicazioni importantissime per l’individuazione dei responsabili dell’omicidio del Vice Presidente del Consiglio Regionale Francesco Fortugno“. A differenza degli altri con i quali fu arrestato a novembre, imparentati in maniera diretta o indiretta con la famiglia Cordì (in particolare Antonio Dessì e Domenico Novella), "Bruno Piccolo non è parte integrante di quella famiglia naturale, neppure per vie “traverse”. Non solo: si tratta di un ragazzo il cui padre, operaio, è deceduto - come lui stesso riferirà nel corso di un interrogatorio - cadendo da un’impalcatura nel corso dell’attività lavorativa. Si tratta di un dato non marginale del quale va rimarcata l’importanza ai fini della valutazione complessiva del soggetto: Bruno Piccolo è figlio di un onesto lavoratore, vittima innocente di una delle innumerevoli “morti bianche” che troppo spesso si verificano sul posto di lavoro. Quindi si tratta di un soggetto che può definirsi per lungo tempo “educato” all’importanza del lavoro onesto. E questo non è solo un dato deduttivo che si trae dalla tragica morte del genitore, ma è una dato riscontrato nella realtà: infatti il Piccolo, lungi dall’essere uno “sfaccendato”, come altri suoi sodali, viceversa si da sempre da fare per cercare di guadagnare onestamente, e per lungo tempo lavora in un bar, per poi riuscire alla fine ad acquisire la gestione di analogo esercizio commerciale, il bar “Arcobaleno” di Locri". Ecco perchè, secondo gli inquirenti, il ragazzo è credibile ed ecco perchè, cosa stranissima per l'andrangheta, si pente non essendo direttamente o indirettamente imparentato con la famiglia dell'ndrina. "Le indagini testimoniano, secondo il mio amico Alberto Cisterna della procura nazionale antimafia, che le vicende interne all'ndrangheta possono essere svelate solo grazie ai pentiti che restano uno strumento insostituibile per la lotta alla mafia. Ma i pentiti non bastano perchè, in questo caso, sono stati necessari investigatori che conoscevano perfettamente la realtà delle cosche della locride e sono stati in grado di interpretare correttamente sia il racconto del collaboratore sia le numerose intercettazioni telefoniche e ambientali in codice". Finalmente un pò di luce.
postato da: aleruotolo alle ore marzo 21, 2006 12:11 |
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