categoria:politica, legalitĂ
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“Mi fa schifo Michele Santoro”. Signore si nasce e lui lo nacque. A pronunciare queste nobili parole è il neo segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, nell’aula magna dell’Università di Palermo, riprendendo così lo slogan della Regione Sicilia: “ La mafia fa schifo”. Dunque, adesso tutto è più chiaro. Totò Cuffaro sta nelle grazie di Pierferdinando Casini e del neo segretario dell’Udc. L’annunciata candidatura alle politiche dell’attuale governatore della Sicilia serve a portare voti al presidente della Camera che aspira a prendere la leadership della casa delle libertà. E la contropartita è la difesa strenua dell’imputato Totò Cuffaro. A Palermo, il gruppo dirigente nazionale dell’Udc dà tutta la sua solidarietà a Totò Cuffaro. Altro che caduta di stile, quella di Cesa sembra qualcosa di più. Leggete la sua dichiarazione: “ Mi fa schifo Santoro. Che è venuto in Sicilia non per accusare la mafia ma per fare il santone ed accusare Cuffaro. È vergognoso per lui e la sinistra. Caro Totò sei grande e ti vogliamo bene». «E’ ora di smetterla con questi santoni: è inaccettabile che la sinistra lo utilizzi». E lo stesso presidente della Camera, Pierferdinando Casini, a Taormina scende in campo: "Bisogna aspettare l'esito dei processi ma chi sara' condannato in primo grado deve farsi da parte". La stessa linea al Corriere della Sera del presidente della Regione Sicilia. Vale per tutti la presunzione d'innocenza. Casini aggiunge: "Evitiamo di strumentalizzare la lotta alla mafia. Evitiamo di farla entrare nel tritacarne delle polemiche partitiche, altrimenti le daremo una mano". E ancora:" Non credo a chi dipinge gli amministratori di questa terra come burattini o burattinai nelle mani della mafia".Peccato che dieci deputati centristi su 17 della Regione Sicilia siano inquisiti e accusati di aver favorito o di concorso esterno in associazione mafiosa. Cosa non si dice per ragranellare voti. Tutto nasce dal dvd che è in vendita in libreria con un libro la cui prefazione è di Michele Santoro dal titolo: “La mafia è bianca”. Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini parlano del governatore Cuffaro, dei suoi rapporti con il re della sanità privata in Sicilia, Michele Aiello, delle accuse di favorire cosa nostra della procura di Palermo. Vasa vasa ha amici che contano nei palazzi che contano.
C'è un Totò Cuffaro da non perdere. E' quello che Felice Cavallaro racconta sul "Corriere della Sera" di oggi. E' un'intervista importante per gli impegni che il presidente della Regione Sicilia assume di fronte all'opinione pubblica. L'esponente dell'Udc dichiara, infatti, che "se mi condannano in primo grado lascio la politica". Certo, avremmo voluto che si dimettesse senza aspettare l'esito del processo che lo vede imputato a Palermo per favoreggiamento aggravato a cosa nostra. Avremmo voluto che si dimettesse quando, dando per buona la sua tesi ( "non sapevo che Angelo Siino era il ministro dei lavori pubblici della mafia"), scoprì d'aver chiesto i voti a cosa nostra. Nel processo in corso lui è accusato di aver "aiutato" Michele Aiello, il cosidetto re della sanità privata in Sicilia, vicino a Bernardo Provenzano, il capo dei capi della mafia. Anche in questo caso, Cuffaro mantiene la linea del "e chi lo sapeva che era un mafioso". Fa parte della sua strategia di difesa, non c'è dubbio. In Sicilia, statene certi, tutti sanno a chi si possono stringere le mani e a chi no. Ma è indubbio che le dichiarazioni di oggi segnano una svolta, anche perchè annunciando la sua candidatura alle elezioni politiche, Cuffaro nei fatti si ritira dalla competizione per le regionali: "La campagna per le Regionali sta diventando una campagna di veleni. Un referendum pro o contro me, pro o contro la mafia. Meglio un passo indietro..non me la sento di far danno ai siciliani". Ma questo significa che salta l'ipotesi di election day, di abbinare il voto alle politiche con quello delle regionali che, a questo punto, si dovrebbero tenere a giugno. Ma la dichiarazione più impegnativa di Totò Cuffaro è quella del suo ritiro dalla politica in caso di condanna in primo grado. Anche se eletto deputato. Si ritirerebbe senza aspettare il processo d'appello. E, intanto, i riflettori sono puntati su Messina dove oggi e domani cinque candidati si sfidano alla poltrona di sindaco. Proprio l'altro ieri Silvio Berlusconi, chiudendo la campagna elettorale della città siciliana, aveva promesso migliaia di posti di lavoro grazie al Ponte sullo stretto. Incrociamo le dita.
E' finita come non doveva finire. Lo hanno lasciato praticamente solo. A pochi giorni dall'ultimo attentato, il sindaco di Sinopoli, Domenico Luppino è stato nei fatti sfiduciato. Troppa televisione, troppo clamore nel paese di una delle cosche più potenti della Calabria. L'andrina di Carmine Alvaro. E, come sappiamo, la mafia non vuole i riflettori accesi. Oggi, si sono dimessi il vicesindaco e tre consiglieri. Si va allo scioglimento del consiglio comunale. Ci sarà un commissario prefettizio e si tornerà alle urne. Dei tredici consiglieri eletti tre anni fa ne è rimasto in carica uno. Della giunta un assessore su quattro. E' una storia incredibile che ci fa capire come la battaglia per la legalità sia difficile e più che mai prioritaria. Luppino ha subìto nove attentati. dopo l'ultimo aveva pensato di mollare ma il prefetto di Reggio Calabria gli aveva detto di resistere. A questo punto o è stato lo stesso sindaco a simulare gli attentati ( ma per quale motivo?) oppure l'andrangheta. E l'andrangheta di motivi ne aveva tanti per indurlo a ritirarsi. A pochi chilomteri dal paese per più di tre anni ha vissuto, ricercato dalla polizia, il capobastone della cosca. Ha potuto contare di silenzi e di favori, di amicizie e di connivenze. Il boss è stato catturato ma la famiglia vive ancora lì. Questa è una storia che non può finire così. Gli investigatori devono far chiarezza.
E' impressionante vedere tutta quella folla che aspetta davanti al tribunale di Torino per poter assistere alla seconda udienza del processo d'appello di Cogne. Ci sono stati nel passato processi che hanno interessato l'opinione pubblica ma questa volta a riempire l'aula di un tribunale non è un pubblico di curiosi e basta. E' il pubblico televisivo che esce da casa e si riversa in tribunale.Figlio della cattiva televisione. Altro che Orson Welles e il suo quarto potere. Quelle facce, quei volti sono i volti di una società in crisi che si ritrova davanti ad una Tv che diventa ora pubblico ministero ora difesa. C'è un dramma che merita rispetto e non fans. E' quello di una donna, già condannata in primo grado a 30 anni di reclusione, che deve rispondere della morte del figlio Simone. Non è il finale di un giallo o di una fiction. Il verdetto è nelle mani di giudici, eppure il circo mediatico in modo così dirompente lo ha fatto diventare un processo di piazza.
Quello che segue è più o meno il mio intervento di oggi a Palermo ad un convegno su informazione - giustizia- mafia. In realtà sono andato, come si dice, a braccio ma più o meno questi che seguono sono alcuni dei ragionamenti fatti.
La mafia vive in silenzio e di silenzi. Proprio qui, in Sicilia, cronisti coraggiosi sono stati ammazzati da cosa nostra. Primo punto. Da quando è venuto alla ribalta, con la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, il rapporto tra mafia e politica abbiamo assistito ad una delegittimazione della magistratura e del cosiddetto giornalismo d’inchiesta sulla criminalità organizzata da parte del potere politico. Seconda questione. Si tollera che, qualche volta, la carta stampata rompa il cosiddetto fronte, ma alla televisione non è consentito esprimersi su questo terreno. Chi ci ha provato- e mi riferisco per esempio alla trasmissione Satyricon di Daniele Luttazzi quando ha ospitato il giornalista Marco Travaglio – è stato azzittito, cancellato. Per non parlare di noi- e per noi intendo la squadra di Sciuscià edizione straordinaria diretta da Michele Santoro – cancellati per aver parlato di mafia e dei suoi rapporti con Marcello Dell’Utri. Vi ricordate lo stalliere Mangano e la telefonata in diretta del premier Silvio Berlusconi? Il diritto di cronaca diventa uso criminale del servizio pubblico. E a questo proposito e’ interessante notare che, quando ci si e’ rivolti alla magistratura, le parti che avrebbero "offeso" sono state totalmente scagionate. La concentrazione del potere mediatico in una sola persona che è anche a capo del governo ha minato la libertà di espressione nel nostro Paese. E’ emblematica l’anomalia tutta italiana. Fino a quando si parla di malacarne tutto è consentito, mentre il muro del silenzio si alza, quando entra in gioco il rapporto tra politica e mafia. Ovvero l’essenza e la potenza di cosa nostra. Quante volte abbiamo sentito dire: " i processi si fanno nelle aule di tribunale e non nelle piazze". Io non ho mai pensato il contrario. Certo, mi insospettisco che questa lapalissiana affermazione valga soltanto quando ad essere "processati in piazza" siano i politici. E non tutti i politici. Ci sono quelli di serie A e quelli di serie B. Una cosa è Giulio Andreotti un’altra tal Borzacchelli. Se penso, invece, allo scempio televisivo fatto su Cogne – dove una madre è stata accusata e condannata già in primo grado per l’omicidio del figlioletto Simone – in questo caso l’informazione televisiva sarebbe stata corretta, sarebbe stato tutelato il diritto-dovere di informare! I politici – e qui siamo a Palermo – pesantemente coinvolti nelle varie inchieste giudiziarie di questi ultimi anni (cito solo due esempi: il senatore a vita Giulio Andreotti e l’attuale presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro) e alcuni dei quali condannati anche a pesanti pene detentive, hanno raccolto più espressioni di solidarietà che prese di distanza dai vertici istituzionali e politici. I magistrati della Procura di Palermo si sono trovati sul banco degli imputati. Come dice Michele Santoro, mio amico e compagno di lavoro, morale e politica non possono dipendere dalle sentenze della magistratura ed è indubbio che il nostro non sia un paese normale perché quando il presidente della Regione Sicilia ammette d’aver chiesto i voti al ministro dei lavori pubblici di cosa nostra, Angelo Siino, non succede nulla. La politica, i partiti tacciono, con la scusa che è in corso il processo. Ora, proprio perché tutti rispettiamo le sentenze della magistratura, rispettiamo anche la Cassazione quando afferma che non basta una frequentazione con mafiosi per essere condannati. Nel caso di Cuffaro l’accusa è di favoreggiamento. E sul punto delicato, l’incontro con Angelo Siino, Cuffaro si difende dicendo che non sapeva che il suo interlocutore era un mafioso. Ma quando lo ha saputo perché non si è dimesso? Per molto meno in altri paesi liberali, ministri e onorevoli, si dimettono e chiedono scusa pubblicamente. L’etica della legalità in Italia sembra svanita nel nulla. Ma c’è un’altra riflessione da fare. Da quando il legislatore ha varato provvedimenti a garanzia degli imputati, c’è più che mai bisogno della libertà di informazione. Proprio perché i processi non li fa la piazza c’è bisogno che l’opinione pubblica sia correttamente informata. Diceva l'imprenditore palermitano Libero Grassi, assassinato dalla mafia il 29 agosto del 1991, un buon politico fa buone leggi. Un cattivo politico fa cattive leggi. Guardate alle polemiche di questi giorni con l’arresto in Sicilia, per concorso in associazione mafiosa, di un deputato regionale ed ex assessore regionale dell’Udc, David Costa, circa la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, in una delle quali compare il nome di Pier Ferdinando Casini. Il nome del presidente della Camera accostato all’indagine di Palermo? Non mi pare ci sia nessun fumus persecutorio nei confronti della terza carica dello Stato, eppure c’è chi grida "all’offensiva politica e mediatica". L’imputato, che si definisce un pupillo di Casini, parla al telefono con il padre al quale dice che aveva incontrato Casini e che il presidente della Camera gli aveva garantito la ricandidatura. C’è un’unica domanda da porsi. E’ giusto che l’opinione pubblica lo sappia? A mio giudizio sì. E veniamo al ruolo della televisione. La vera questione. L’Italia è il paese che legge meno in Europa e guarda più televisione. Una televisione che forma e dovrebbe informare. I dati ufficiali, fino a poco tempo fa parlavano in Europa di una media di 250 lettori di giornali per ogni 1000 abitanti. In Italia la percentuale e’ inferiore, credo che la media nazionale sia di 105. In Sicilia 52 copie ogni mille abitanti divise tra Il Giornale di Sicilia di Palermo, La Sicilia di Catania e La Gazzetta del Sud di Messina – che, anche attraverso la raccolta della pubblicità attraverso una comune concessionaria, monopolizzano e blindano il mercato. Tutti e tre sempre rigorosamente filogovernativi e moderati, in particolar modo nei confronti del governo regionale. Ma se sono veri i dati che ora leggerò circa lo stato in cui versa l’istruzione nel nostro Paese, diventa centrale, come dicevo, il ruolo della Tv. Con quale capacità critica? Siamo il paese che ha quattro milioni di laureati contro sei milioni di analfabeti. E, ancora, il 36,5 per cento degli italiani ha solo la licenza elementare, il 30,1 la licenzia media inferiore. Dunque, il 66 per cento degli italiani ha una preparazione che arriva al massimo alla scuola dell’obbligo. C’è una parte consistente del nostro Paese che guarda e crede nella televisione senza avere gli strumenti per decodificare il messaggio. "L’ha detto la Tv". Punto e basta. E cosa sta dicendo agli italiani la televisione di oggi? Gli promette l’eldorado con i suoi reality show, con le sue isole dei famosi, i suoi grandi fratelli, le sue talpe. L’Italia della furbizia, della bellezza, della ricchezza che non c’e’. State certi che il programma di Rai Tre Report ha il pubblico nel centro e nel nord Italia. Nel Sud si guarda l’isola dei famosi. Eppure, c’erano una volta le fiction che percorrendo laparlavano di legalità, c’erano gli eroi della Piovra. Oggi, al massimo, c’e’ qualche bravo maresciallo o qualche commissario alle prese con il giallo da risolvere. La mafia, si dice, avendo abbandonato da tempo la strategia stragista di scontro diretto con lo Stato, si è inabissata e quindi non sarebbe più pericolosa, tale da mantenere alta l’attenzione da parte dell’opinione pubblica e la repressione da parte dello Stato. Le inchieste e le valutazioni degli investigatori e degli inquirenti dicono altro. Che la mafia potrebbe ben presto, se dovessero mutare alcune circostanze attuali, cambiare strategia, rompendo la "tregua". Del resto, il fallito attentato contro il giudice Sferlazza di Gela conferma la pericolosità della mafia, mentre il processo che si sta celebrando contro l’attuale presidente della Regione Sicilia, Totò Cuffaro, dimostra quanto sia sbagliato parlare di un blocco di potere politico-mafioso "sommerso". In questi anni del dopo Riina e della reggenza di Bernardo Provengano la mafia ha continuato a fare affari. A reggere i mandamenti non sono più gli uomini sporchi di sangue ma professionisti, "camici bianchi" come il dottor Guttadauro. Chi la sta raccontando questa trasformazione. Da quanto tempo la Tv non racconta e non informa? Da quanto tempo non sentiamo più parlare di mafia, di andrangheta e di camorra se non quando le mafie ci costringono a farlo? Per essere esplicito: L’anno scorso, per esempio, a Napoli con la mattanza nei quartieri di Scampia e Secondigliano, in queste ultime settimane i riflettori si sono invece accesi in Calabria per l’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno. Ma può bastare? Prendiamo la Sicilia: Siccome stiamo vivendo in una fase in cui la mafia non fa più stragi, non commette più omicidi "eccellenti", la percezione che se ne ricava e’ che non e’ più pericolosa. Qualche sintesi giornalistica sui cosiddetti processi che vedono sul banco degli imputati i politici (Dell’Utri, Cuffaro) e poi cronaca, la vecchia "nera". Si punta al fatto eclatante, al "sensazionale". Ormai si deve andare in libreria a comprare dvd e libro per sapere della mafia di oggi. E secondo voi, qual e’ la percezione che ne ricava un commerciante o un imprenditore che paga il pizzo? O un cittadino che vede compiere un reato? Che tutti pagano e che quindi e’ normale che lui debba pagare, che, forse, e’ il caso di convivere con la mafia. Il rischio e’ il ritorno agli anni bui, quelli della rimozione del problema, visto come appartenente a un mondo non proprio, e comunque percepito quale fonte di insicurezza e come tale da evitare. I mezzi di comunicazione, dunque, hanno la grande responsabilità di aver ridimensionato i fenomeni criminali del nostro Paese, di averli regionalizzati, ridotti a fenomeni locali, staccati dal contesto nazionale. Non c’e’ più un ragionato punto di vista, un approccio di approfondimento sulla incandescente materia, di analisi critica della realtà e di denuncia della stessa.
Anche Riccardo Iacona ha vinto la causa in tribunale contro la Rai. Il magistrato ha quantificato in 205 mila euro il danno subìto per non aver lavorato due anni come conseguenza dell'editto bulgaro del 18 aprile del 2002 quando il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, da Sofia disse che nella sua Rai non avrebbero lavorato Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi. £10 mila gli euro che la Rai deve al sottoscritto. Un milione e mezzo quelli dati a Michele. Così hanno deciso i magistrati. Riccardo Iacona, come il sottoscritto, faceva parte della squadra di Sciuscià. Io e Riccardo non vediamo l'ora di poter tornare a lavorare con Michele, che nel frattempo si è dimesso da europarlamentare e da lunedì prossimo torna ad essere, a tutti gli effetti, un dipendente Rai. Secondo un sondaggio di poche settimane fa, il 66 per cento degli italiani vuole rivedere in onda la squadra di Sciuscià. Diverse sentenze della magistratura dicono lo stesso. Alla Rai, fino ad oggi, l'editto bulgaro è costato più di 2 milioni di euro.
Sono tornato a Sinopoli, nel paese dell'Aspromonte reggino dove in tre anni il sindaco ha subìto ben nove attentati. Ho visto il luogo dell'ultimo attentato, il magazzino dove sabato scorso i soliti ignoti hanno incendiato un furgone e solo per l'intervento dei vicini e dei vigili del fuoco il locale non è andato distrutto. Ci sono andato ieri e questa sera dovrebbe andare in onda il servizio al Tg3 delle ore 19. Il sindaco Domenico Luppino ha deciso di non mollare dopo aver parlato con il prefetto di Reggio Calabria. Di resistere, anche perchè, mi ha detto, in questi giorni ha ricevuto numerosi attestati di solidarietà dagli abitanti del suo paese. Non pubblicamente. A Sinopoli si respira la paura . Ma le sorti della sua giunta sono appese ad un filo. Questa mattina tre consiglieri della sua maggioranza si sono dimessi. All'indomani della decisione del sindaco di rimanere e dopo che per l'intera giornata di ieri la televisione aveva acceso i riflettori su Sinopoli. Il consiglio comunale rischia così di essere sciolto. Da un momento all'altro, la prefettura deve far sapere al sindaco se ci sono gli estremi per poter restare in carica. Il consiglio comunale era composto da tredici consiglieri più il sindaco. Con le dimissioni di oggi sono rimasti in sette, sindaco compreso. Questa di Sinopoli è una storia emblematica. Ieri ho cercato di capire perchè l'andrangheta ce l'avesse con Domenico Luppino. Sono stato in comune ( un vecchio carcere dove le stanze sono ricavate nelle celle che non sono state ristrutturate. Ci sono grate e sbarre, tuttora). Anche gli impiegati, come i cittadini incontrati per strada, appena hanno visto la telecamera accesa sono fuggiti. Il sindaco mi ha elencato tutta una serie di possibili moventi. Dal contenzioso con il custode abusivo del cimitero, imparentato con la famiglia di Carmine Alvaro, un capobastone dell'andrangheta. Alla richiesta ai privati che gestiscono ettari ed ettari di terre comunali di pagare il canone d'affitto, alla messa in "ordine" nella gestione comunale. Il comune di Sinopoli fu scilto per mafia nel 1997. Questa degli Alvaro è una famiglia molto potente ed ha un ruolo di primo piano nelle cosce reggine. Un suo esponente partecipò alla riunione con la quale si mise fine alla guerra di mafia degli anni '80. E di Alvaro in paese ce ne sono tanti e di parenti acquisiti anche. La struttura della cosca è familistica e per questo motivo impermeabile. Di pentiti di andrangheta ce ne sono pochissimi rispetto a quelli della camorra e di cosa nostra. Prima di lasciarlo ieri pomeriggio, avevo chiesto a Luppino se pensava di ricandidarsi alle elezioni comunali del 2007. Mi aveva detto di sì, anche se, sorridendo, mi aveva detto che sarebbe stato difficile comporre la sua lista. Speriamo che ce la faccia.
P.S. Vi aggiornerò sulle decisioni della prefettura, attese da un momento all'altro.
C'è un'inchiesta giornalistica, una drammatica denuncia sulla guerra in Iraq, sull'uso del fosforo contro insorti e civili inermi di Falluja, di RaiNews 24 che sta facendo il giro del mondo. Da giorni è sulle pagine di tutti i giornali eppure il grande pubblico, quello che non ha la tv satellitare, non è ancora riuscito a vedere il reportage che dura 22 minuti di Sigfrido Ranucci. E' incredibile, paradossale. Il prestigio internazionale della Rai è cresciuto ma qui in Italia è come se non fosse successo nulla. Eppure lo stesso Pentagono ha dovuto confermare che "l'esercito americano ha utilizzato fosforo bianco durante l'offensiva contro la città sunnita di Falluja nel novembre 2004". Adesso anche gli inglesi ammettono, anche se il ministro della difesa brittanico dice che non è stato usato contro i civili. Adesso, a quasi 10 giorni dalla messa in onda del reportage, è tempo che dei crimini di Falluja ne parli anche la televisione terrestre, in prima serata.
Quando sono arrivato ieri sera a Reggio Calabria pensavo di andare oggi a Sinopoli, a cercare di capire perchè l'andrangheta ce l'aveva con il sindaco vittima fino ad oggi di ben nove intimidazioni, a verificare cosa pensasse di lui il paese, quelli che lo hanno eletto. E, invece, i quattro arresti di coloro che, secondo gli investigatori, sono i killer di una delle due cosche di Locri, quella dei Cordì, mi hanno fatto rinviare la mia inchiesta sul paesino dell'Aspromonte reggino. I quattro arrestati per associazione mafiosa e traffico di armi, anche armi da guerra, li ho visti mentre dalla questura li trasferivano in carcere. Mi ha colpito la loro giovanissima età. Tra i 21 e i 29 anni. Uno è il gestore di uno dei bar di Locri, il bar Arcobaleno. Un altro è parente acquisito dei Cordì. Si tratta di arresti importanti perchè, ad un mese esatto (era il pomeriggio del 16 ottobre) dall'omicidio di Francesco Fortugno, il vice presidente del consiglio regionale della Calabria, ammazzato a Locri nel seggio delle primarie dell'Ulivo, gli investigatori sono convinti che ad uccidere materialmente l'esponente reggino della Margherita, è stato il clan Cordì. I quattro non sono accusati dell'omicidio eccellente. Non ci sono pentiti, nè "soffiate". Li hanno presi con le intercettazioni telefoniche e ambientali che si fermano però al 22 settembre, a tre settimane prima del 16 ottobre. Le indiscrezioni dicono che i quattro si erano accorti di essere "spiati". Erano controllati dalla polizia e i carabinieri non ne sapevano niente. L'arma quel giorno va a perquisire una delle abitazioni sotto controllo e, così, vengono bruciate le "microspie". E' una voce che circola, ho chiesto conferme. Non ne ho avute. Certo, captare i loro commenti sull'omicidio Fortugno sarebbe stato molto importante. Ho letto le intercettazioni allegate ai provvedimenti restrittivi, durate meno di un mese e nel corso delle quali i quattro parlavano tranquillamente e con naturalezza di bazooka, bombe a mano, pistole. Nessuna di queste armi è stata però trovata. E' difficile questa battaglia contro la criminalità organizzata. A un mese dall'omicidio Fortugno non ci sono ancora svolte nelle indagini ma dei passi avanti sì. Il cerchio si sta stringendo, dicono in procura. Ci sono dei dati oggettivi dell'inchiesta che fanno ben sperare. Ma questo è un altro discorso.
Torno ad occuparmi del sindaco di Sinopoli, paese dell’Aspromonte reggino. Gli ho parlato al telefono anche oggi. Gli ho detto che domani sarò da lui. Io l’ho conosciuto il 3 novembre quando lo incontrai nella sua azienda all’ingresso del paese di cui e’ il primo cittadino. Gli avevano appena ammazzato il cane dopo una sua apparizione in televisione. Sono tre anni che Domenico Luppino subisce intimidazioni dall’andrangheta. Ancor prima di candidarsi alle elezioni comunali, nel 2002, la prima lettera anonima per Domenico Luppino: non ti vogliamo come sindaco. Poi gli hanno messo una bomba sulla tomba di famiglia, gli hanno tagliato gli ulivi in campagna e infine, la nona intimidazione, quella dell’altro ieri notte quando i soliti ignoti hanno dato fuoco ad un furgone parcheggiato nel centro del paese. Nessuno li ferma, dice sconsolato il sindaco che sta pensando di lasciare. Ha paura per la sua vita certo, ma la sua più grande paura e’ quella di esser solo in questa battaglia per la legalità. Di non avere con lui, i cittadini di Sinopoli. Mezza giunta si e’ dimessa (due assessori su quattro) dopo l’intervista andata in onda al Tg3. Perché nel servizio si faceva il nome della cosca locale. Per questa sera e’ convocato il consiglio comunale sulla legalità domani invece a Reggio Calabria il sindaco incontrerà il neo super prefetto Luigi De Sena mentre sul tavolo della procura antimafia di Reggio Calabria giace il fascicolo sulle minacce al sindaco di Sinopoli. In Calabria il fenomeno delle intimidazioni agli amministratori pubblici e’ in forte aumento. Dalle 41 nel 2000 alle 89 del 2004. C’e’ evidentemente bisogno di un alto di qualità. Mi ha detto un magistrato che per traffico di stupefacenti si possono fare 5 anni di reclusione e poi si torna liberi. Non e’ forse il caso che alle parole, agli impegni solenni contro l’andrangheta, si passi ai fatti concreti. Rivedendo anche le attuali leggi dello Stato?
Capita per un neofita come me cancellare il post. Mi è successo con l'ultimo post. Pazienza! Ma se avete letto i mei precedenti interventi ricorderete la storia di Domenico Luppino il sindaco perbene di Sinopoli, paese dell'Aspromonte reggino, più volte minacciato dall'andrangheta. Ulivi divelti, bomba sulla tomba di famiglia e dopo una recente apparizione televisiva, il suo cane avvelenato per non citare le lettere minatorie.. Purtroppo ieri notte gli hanno incendiato il furgone nel suo frantoio, nel centro del paese, almeno così ho capito parlando a telefono con lui.L'agenzia Ansa riportando la notizia afferma che il sindaco di Sinpoli medita di lasciare l'incarico. Io ho avvertito un senso di sconfitta, di solitudine. All'indomani della messa in onda al Tg3 di una sua intervista, alla vigilia della marcia per la legalità di Locri, mi aveva detto che quella intervista aveva "disturbato" la sua maggioranza. Oggi è preoccupato per il consiglio comunale di domani convocato sulla legalità. Potrebbe andar deserto. Secondo me questa vicenda non può passare in silenzio. Se Domenico Luppino dovesse "mollare" sarebbe una sconfitta per tutti coloro che si battono per la legalità nel nostro paese. Non ho grandi idee. Ho parlato con gli amici di Libera, con don Luigi Ciotti, con alcuni parlamentari della commissione antimafia. Insomma penso che le istituzioni e la società civile dovranno concretamente fare qualcosa. La vicenda del sindaco di Sinopoli è emblematica. Se si perde, perdiamo tutti.
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Grazie Adriano! Per tanti motivi il tuo Rockpolitik e’ entrato nella storia della televisione italiana. Per gli ascolti (anche nell’ultima puntata hai sbancato l’auditel con il 46,4 per cento di share), per la scenografia, per la struttura narrativa. Ti hanno definito un frate predicatore. Succede sempre così quando irrompe sulla scena un autore. E’ il prezzo che si paga quando si pensa e si dicono cose che rompono il conformismo e l’omologazione. Che ridicolizzano i format che fanno dormire sonni tranquilli e che, purtroppo, imperano nella nostra televisione. C’e’ chi dice che quando canti sei luce e quando predichi sei tenebra. Non dargli retta. Ci sono quelli che predicano senza saperlo e stonano sempre.
Ma il tuo Rockpolitic sarà ricordato soprattutto per la sua forza di libertà che ha contaminato temporaneamente i palinsesti e il grigiore di questi tempi. Nel tuo ultimo monologo hai esplicitato chiaramente il tuo pensiero: “La bufera sta per finire: per quattro settimane ha spazzato via il sonno profondo della tv dei grandi fratelli, delle talpe, delle isole dei famosi per lasciar posto a una tv che non c’e’ “. C’era un pubblico estromesso e punito da chi detiene il telecomando che, con te, ha avuto la possibilità di riconoscere quella televisione che, per ordini superiori, e’ stata cancellata in questi anni. Hai consentito ai Santoro, ai Benigni, alle Guzzanti di poter tornare, anche se per qualche minuto, in televisione ed esprimersi liberamente. Anche se con Sabina Guzzanti le cose non sono andate come dovevano andare.
Tu, come tanti altri, fino ad oggi inascoltati, hai posto la questione della censura in Italia forte del tuo contratto che ha impedito di farti tacere. Tu, te la sei presa questa libertà e, forse, te l’hanno anche concessa perché tra sei mesi non ci sarà più al governo colui che l’ha tolta a chi non la pensava come lui. Speriamo che questo vento di libertà non finisca con il tuo programma. Tu hai osato ma chi ha osato in passato e’ stato azzittito. Vorrei che questo vento entrasse in tutte le trasmissioni. Vorrei che ad osare siano in tanti, a destra e a sinistra, al centro e a manca (non Enrico, ovviamente).
Mi ha colpito l’articolo di oggi sul Manifesto di un bravo e amico giornalista, Amedeo Ricucci, che si è interrogato sulle “nuove frontiere del giornalismo”. Amedeo Ricucci prende spunto dalla querelle che ha visto contrapposti Paolo Bonolis e la redazione sportiva di Mediaset su “Serie A”, il programma della domenica sera sui risultati delle partite di calcio, e si chiede se la notizia deve rimanere nell’ambito delle regole giornalistiche oppure è lecito ormai spettacolarizzarla nel cosiddetto infotainment, sottolineando il rischio della contaminazione dei generi televisivi. Non c’è dubbio che la televisione italiana sia diventata un unico e indistinto contenitore dove i vecchi paletti tra informazione e intrattenimento sono completamente saltati. La questione che si pone non è tanto la titolarità della notizia e il suo contenitore, quanto la notizia in se stessa e quindi la qualità della notizia trasmessa. Faccio un paio di esempi: l’editto bulgaro era notizia? E in televisione, dove ascoltiamo quotidianamente nei telegiornali e nei giornali radio (e non solo) le dichiarazioni dei politici, sentire soltanto il riassunto del giornalista e non la voce del presidente del consiglio che pronuncia i nomi di Biagi, Santoro e Luttazzi, significa depotenziare la notizia. Solo nella penultima puntata di Sciuscià edizione straordinaria, il telespettatore ha potuto ascoltare il documento sonoro di Sofia. E dopo tre anni, quel documento l’ha riproposto, nella prima puntata di Rock Politic, Adriano Cementano che non è un giornalista. Dov’è lo scandalo? Lo scandalo è che la satira e l’intrattenimento intelligente suppliscono alla deficienza informativa. A mio avviso bisogna intendersi sulla parola spettacolarizzazione che di per sé non è negativa. L’appael in televisione è fondamentale. Preferisco delle belle luci ad uno studio buio. Una bella scenografia ad una brutta. Un attore che recita un’intercettazione telefonica alla voce imperfetta del giornalista. L’altro esempio parte dalla considerazione che la televisione di oggi è una televisione povera. Quella che una volta si chiamava cronaca rosa e oggi gossip occupa sempre più spazi all’interno dei contenitori informativi. Ci sono Tg di Mediaset che autopromuovono lo star system. Ci sono i cosiddetti reality show dove le star in declino ridiventano centrali nella verosimile gara di sopravvivenza. Mi sconvolge, per essere chiari, che a seguire l’ultima puntata dell’isola dei famosi sia stato il 38,7 per cento del pubblico televisivo. Dunque, capire e interpretare la realtà diventa sempre più difficile. Quei pochi spazi di approfondimento giornalistico non sono più centrali nel sistema televisivo. Ad una televisione povera non si può non contrapporre una tv di contenuti. Ma questo è un discorso che non va per la maggiore…
Ho sentito Rita Borsellino al telefono. Mi ha chiesto di sottolineare che lei è cattolica, che la sua storia non è quella di una radicalcomunista, mangiatrice di bambini. Lo sapevamo, non avevamo dubbi conoscendola e sapendo quello che lei ha realizzato in questi ultimi tredici anni, nella sua Sicilia e nel resto d’Italia. E, attenzione, nelle sue parole non c’era nessuna presa di distanza nei confronti di coloro che l’hanno proposta. I cosiddetti “cespugli” dell’Unione. Dall’Udeur a Rifondazione comunista. La candidata Borsellino voleva solo rispondere al tentativo maldestro di chi la dipinge come una radicale perdente. E’ un fatto che più di 20 mila siciliani, in poche ore, hanno firmato per la sua candidatura. Migliaia di cittadini vogliono contare nelle scelte importanti che li riguardano, al pari dei militanti dei partiti nei quali non si riconoscono. E’ quel valore aggiunto che serve per sperare di vincere. Motivare l’elettorato. Le notizie di oggi sono due. Le primarie in Sicilia (che si dovevano tenere il 20 novembre) sono slittate di due settimane. Si svolgeranno il 4 dicembre. I leader della Margherita ce l’hanno con i Ds che sostenendo Rita Borsellino avrebbero “minato il rapporto di fiducia che ci deve essere tra due partiti che stanno per intraprendere un percorso comune”. Devo confessarvi che non riesco proprio a capire il perché di tanto astio e di tanta tensione. Ma la precondizione per un qualsiasi ragionamento è capire che valore dare alle elezioni primarie. Un istituto di recente importazione, sperimentato fino ad oggi in due occasioni. Per scegliere il candidato del centro sinistra nelle elezioni regionali in Puglia e per legittimare l’aspirante presidente del consiglio Romano Prodi. Nel primo caso c’è stata una competizione vera e l’ha vinta il candidato che in partenza aveva meno chance. Nel secondo caso è stato legittimato, a furor di popolo, il leader della coalizione. Al di là di ogni previsione. Le primarie sembravano pericolose nel caso pugliese per l’ipotetico atteggiamento che avrebbero potuto assumere, nelle vere e proprie elezioni, i sostenitori del candidato perdente, sembravano inutili nel caso di Romano Prodi ma in realtà in entrambe le occasioni sono state vincenti. Nel caso di Niki Vendola lo schieramento si è subito ricompattato e Vendola oggi è il presidente della Regione Puglia. Nel caso di Romano Prodi l’esito scontato ha assunto un valore straordinario per la enorme partecipazione dei cittadini e per l’entità della vittoria. Tra questi due modelli di primarie – ratifica e battaglia vera - l’unico proponibile è quello della sfida all’ultimo voto. Con candidati che non debbano, necessariamente, essere scelti soltanto dalle segreterie dei partiti. Certe volte possono essere vincenti ma non sempre. Né si può punire il militante che non rispetta la decisione del vertice del suo partito. Leoluca Orlando docet. Ognuno deve essere libero di scegliere e sentirsi legittimato al pari degli altri. Anche quando non la pensa come il suo partito. Davvero
Non lo so se Rita Borsellino vincerà prima le primarie e poi la sfida più importante, quella contro Totò Cuffaro per la presidenza della Regione Sicilia. E’ l’unica che può avere una chance. Non mi piace come il leader della Margherita, Francesco Rutelli, bocci questa candidatura definendola perdente perché non avrebbe il profilo giusto per guidare
Non capisco l’acredine nei confronti di Rita Borsellino. Qual è il problema? Se le cose stanno come dice Rutelli gli elettori che voteranno alle primarie daranno la loro preferenza al candidato “moderato”. Ma se sbaglia Rutelli, e penso che sbagli, la candidata alle regionali sarà Rita Borsellino.
Anche quando si svolsero le primarie in Puglia era opinione comune che Niki Vendola non le avrebbe mai vinte perché esponente della cosiddetta “sinistra radicale”. Doppio errore. Vendola ha vinto ed è diventato presidente della Puglia in quanto Niki Vendola, politico coerente, conosciuto sul territorio e candidato alternativo a quello del centro destra. Non capisco ancora il significato di moderato. In un sistema maggioritario ma anche in un sistema proporzionale corretto non ha senso. La rincorsa al centro, e lo spiegano bene gli analisti, non esiste in politica. E’ un errore considerare Rita Borsellino espressione della “sinistra radicale”. Intanto è stata appoggiata sin dall’inizio dall’Udeur di Clemente Mastella che, come è noto, poco ha a che fare con i Diliberto, gli Orlando o i Bertinotti. La sua è una figura che può ottenere consensi in tutti gli schieramenti ma non perché è la sorella di un magistrato ucciso dalla mafia. Sono ormai tredici anni che testimonia la voglia di trasparenza, pulizia, legalità. E’ proprio la candidata alternativa al sistema di potere di Totò Cuffaro. Legalità nel mezzogiorno d’Italia vuol dire sviluppo, vuol dire diritti. C’è un reportage bellissimo realizzato da Stefano Maria Bianchi e Alberto Nerazzini dal titolo “La mafia è bianca” in vendita in dvd nelle librerie con un libro la cui prefazione è di Michele Santoro dove è raccontato il cuffarismo, le sue ambiguità, i suoi rapporti con la mafia. Prende spunto dall’inchiesta giudiziaria della procura di Palermo. Nessuno si vuole sostituire ai magistrati. Il processo è in corso e la giustizia seguirà il suo corso. Ma è indubbio che in Sicilia c’è una questione morale sulla quale l’opinione pubblica non può non esprimersi. E in un programma di governo la questione morale, il ripristino della legalità non può che essere il primo punto programmatico di chi si candida a governare.
Riflettevo sullo scandalo Nigergate. Se il direttore del Sismi, il generale Pollari, dice il vero e cioe' che il rapporto sulle armi di distruzione di massa era falso, vuol dire che il nostro governo pur sapendo della falsita' di queste notizie ha avallato lo stesso la guerra all'Iraq di Saddam Hussein. E noi ci chiediamo ancora quando e come riritare le nostre truppe dal teatro di guerra? Ho letto anch'io l'intervista rilasciata ieri su La Stampa del segretario dei Ds, Piero Fassino, quel suo " per ritirarci dall'Iraq serve l'intesa con Baghdad e Washington" che tante polemiche sta suscitando in queste ore. Mi colpiscono le dichiarazioni di vari esponenti del centro sinistra italiano: "Noi, se vinceremo le elezioni, non faremo come Zapatero". Ma che ha fatto di cosi' terribile il premier spagnolo? Ha condotto la sua campagna elettorale dicendo chiaro e tondo che se avesse vinto le elezioni avrebbe ritirato le truppe dall'Iraq. Le elezioni le ha vinte e di conseguenza ha riportato in patria il suo contingente. Mi e' capitato alla vigilia delle primarie del 16 ottobre che hanno incoronato leader dell'Unione, Romano Prodi, di fare una intervista pubblica al segretario dei Ds, Piero Fassino, in quel di Bologna. Gli posi ovviamente la domanda sul ritiro dall'Iraq. E Se non ricordo male, il segretario dei Ds rispose riprendendo un'affermazione di Prodi che se vinceremo le elezioni proporremo al parlamento un calendario per il rientro dei soldati italiani. E, aggiunse, ne dovremo discutere con gli alleati. Certo, il contingente italiano e' molto piu' numeroso di quello che avevano gli spagnoli. Per numero di soldati gli italiani sono terzi dopo gli americani e gli inglesi. E' comprensibile che una volta deciso non e' che te ne puoi andare in ventiquattro ore. Ma il punto oggi e' un altro. Non si tratta di aspettare l'esito del voto italiano della prossima primavera. Ci sono le elezioni irachene di dicembre per il nuovo parlamento. E, dunque, non si capisce che altro bisogna aspettare prima di andar via dall'Iraq. Gia' da gennaio bisognerebbe operativamente approntare il calendario per il ritiro delle truppe. La loro presenza li' e' destabilizzante e le notizie che trapelano sui crimini commessi dagli americani non fanno altro che rendere la situazione sempre piu' drammatica. Non perdetevi domani 8 novembre su Rai News 24 l'inchiesta di Sigfrido Ranucci sulla strage di Fallujah. Gli americani si sarebbero resi responsabili di una strage con armi non convenzionali nell'attacco alla citta' irachena. Avrebbero usato il fosforo bianco come arma chimica contro i ribelli e i civili inermi. Il fosforo brucia i corpi, addirittura li scioglie fino alle ossa.
Ho delle frasi pronunciate dai protagonisti della straordinaria marcia per la legalità di Locri che non dimenticherò e ho impresso nella mente dei volti che mi accompagneranno a lungo. Bella gente, gente che ha coraggio e che ci consente di guardare al futuro con più speranza. La prima frase è quella del sindaco di Sinopoli, Domenico Luppino, quando mi ha detto di aver paura (minacciato più volte, vive blindato lontano dalla sua famiglia ricoverata a Reggio Calabria) ma di sentirsi uomo libero perchè si è ribellato all'andrangheta. La seconda frase è quella di Don Luigi Ciotti rivolta alla meglio gioventù di Locri, voi non siete il futuro ma siete il presente e avete diritto a vivere nel presente. La terza frase è quella che un pò tutti ci siamo sussurrati mentre lasciavamo Locri. E domani, come riusciremo a dare continuità a questo movimento? Come non disperdere questa enorme domanda di legalità che c'è in Calabria come in Sicilia, in Campania? Dove non c'è legalità non c'è libertà e dove c'è illegalità non c'è sviluppo. Non ci può essere sviluppo economico con la presenza della criminalità organizzata. Ecco perchè Locri diventa un laboratorio per tutti. Una battaglia che deve essere vinta. Se c'è stata una battuta d'arresto nella lotta alla mafia questa è dipesa anche dal ruolo silente dei mezzi di comunicazione. Oggi la Tv racconta poco e informa poco. Da quanto tempo non sentiamo più parlare di mafia, di andrangheta e di camorra in televisione o sui quotidiani nazionali se non quando la criminalità organizzata ci costringe a farlo perchè è lei che lo ha deciso? Il caso Fortugno ci dice questo. Ammazzano il vice presidente del consiglio regionale della Calabria e il circo mediatico accende i riflettori. La marcia di Locri non ha avuto risalto sui media se non in rari casi.
Chissà quanti saranno e soprattutto da dove arriveranno.Napoli e la Campania si stanno mobilitando. Così Cosenza, Reggio Calabria. L'attenzione è rivolta a domani. Sono appena arrivato a Locri, la capitale della locride. Qualche manifesto. Uno mi ha colpito. Ha l'immagine del Presidente Ciampi. Lo ringraziano per le sue parole di sostegno alla battaglia contro la mafia calabrese. Già si vedono i mezzi per le dirette Rai di domani mattina quando alle 11,30 partirà la marcia per la legalità. Rispetto alla settimana passata, si vede più polizia. Quando scatta l'emergenza - e l'omicidio del vicepresidente del consiglio regiornale della Calabria, Francesco Fortugno ha fatto scattare l'emergenza - arrivano i rinforzi. Così è stato l'anno scorso a Napoli, nel quartiere Scampìa quando, tra novembre e dicembre, è scattata la mattanza nel clan Di Lauro - ma poche settimane dopo i rinforzi erano andati via. Chissà questa volta quanto tempo resteranno. Nel Tg3 delle ore 19 di oggi ho raccontato una storia. La storia di un piccolo, grande sindaco dell'Aspromonte. Si chiama Domenico Luppino, è un imprenditore agricolo. E' una persona perbene, che rispetta e vuol far rispettare le regole nel suo paese, Sinopoli, 3000 abitanti. Ma quello che è normale in un qualsiasi paese d'Italia qui, in Calabria, diventa eccezionale. Questo signore di quarant'anni, eletto più di due anni fa, per le minacce, gli attentati subìti, è stato costretto a trasferire la sua famiglia a Reggio Calabria. E' un sindaco che non ha paura di pronunciare la parola andrangheta. e l'andrangheta nel suo paese significa il clan Alvaro coinvolto e poi prosciolto per l'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il prefetto di Palermo assassinato il 3 settembre del 1982. Ha paura ma da quando si è ribellato allo strapotere della criminalità organizzata si sente finalmente libero. Ha coraggio. All'indomani dell'omicidio Fortugno, io avevo scelto di raccontare la storia del sindaco di Villa San Giovanni blindato e minacciato. Ballarò aveva raccontato invece la storia di Domenico Luppino. Il giorno dopo la messa in onda della sua intervista, hanno ucciso il suo cane con un potente veleno. In questi ultimi due anni lo hanno preso di mira più volte. Gli hanno distrutto più di 600 ulivi, hanno mandato lettere con proiettili, hanno messo una bomba sulla tomba del padre. Quando l'ho chiamato al telefono gli ho chiesto se voleva parlare e lui non ha avuto dubbi. L'andrangheta vive in silenzio e di silenzi vuole il suo silenzio. Bisogna che i riflettori siano sempre accesi. Domani, Domenico Luppino sarà anche lui qui, a Locri, città d'Italia.
Mi piace difendere l'esistenza dello Stato di Israele insieme al diritto del popolo palestinese di avere un suo Stato con una sua capitale. Non mi piace il presidente iraniano che vuole la cancellazione di Israele. Preferisco l'ex presidente Katami e chi cerca il dialogo e non lo scontro di civilta'. Non mi piacciono i kamikaze, non mi piace il muro che gli israeliani stanno erigendo in territorio palestinese. Non mi piacciono gli omicidi mirati, non mi piace la lotta armata. Non mi piace essere additato come nemico di Israele e degli ebrei italiani perche' non partecipero' alla fiaccolata a Roma promossa da Giuliano Ferrara. Non mi piace che tra i promotori dell'iniziativa non ci siano i palestinesi e gli esponenti del mondo islamico moderato. Non mi piace l'unilateralismo.Vado a Locri alla manifestazione dei giovani contro la mafia calabrese.




